domenica 29 maggio 2016

Bersani e Pellegrino alla testa dell'armata anti-Italicum

Sarebbe come se, alla vigilia del trasloco dopo tutte le ordinarie traversie con idraulici, falegnami, piastrellisti, elettricisti etc..., lui o lei decidessero che il progetto dell'appartamento non va più bene, e si deve tornare dall'architetto per una nuova pianta, da presentare in comune per l'iter burocratico e poi riconvocare l'impresa e la squadra di muratori per rifare tutto da capo. Ma non ci si poteva pensare prima del trasloco a spostare una tramezza, fare un secondo bagno, allargare le finestre e mettere altre piastrelle?

A questa situazione porterebbe la richiesta di revisione dell'Italicum che l'onorevole Bersani avanza insistentemente da settimane, giusto alla vigilia della sua entrata in vigore nel prossimo luglio. Posizione politica a dir poco surreale ma peraltro nemmeno tanto condivisa dal resto della minoranza PD: non s'è mai visto cambiare una legge prima ancora della sua entrata in vigore, dell'applicazione e di aver verificato i suoi effetti pratici e gli eventuali difetti, impegnandosi in un iter complicato, incerto e rischiosissimo, visto che non esiste un comune minimo denominatore tra le forze Politiche di maggioranza e men che meno qualsiasi intesa con quelle di opposizione. Per una revisione della legge elettorale servirebbero mesi e mesi, se non anni, di estenuanti discussioni, tira e molla, trattative infinite, meline e ammuine d'ogni sorta da parte di oppositori interni ed esterni. La proposta bersaniana appare astratta, contro ogni logica, buon senso e razionalità, specie in una fase così delicata come quella attuale, dominata dalla campagna per il referendum costituzionale dell'autunno e con tante altre riforme in gestazione da anni o in fase di licenziamento, come quella sul processo penale e la revisione della prescrizione.

Senza scomodare la classica distinzione tra etica delle (buone) intenzioni a priori ed etica della responsabilità per i risultati pratici (a posteriori), basta fare riferimento all'attualità per rendersi conto che ogni riforma richiede una verifica empirica dei suoi effetti pratici prima di immaginare delle modifiche o delle correzioni migliorative. L'esempio dei voucher per il lavoro occasionale è eclatante: nati come tentativo di fare emergere e mettere un po' di ordine nel lavoro occasionale, sono stati distorti e stravolti dall'ecologia del mercato del lavoro, fino a diventare un comodo strumento di copertura per il lavoro nero part-time, per un precariato di ritorno dopo il venir meno degli incentivi fiscali e un espediente per dare veste legale ad infortunio sul lavoro del lavoratore in nero. Un classico esempio degli effetti perversi di una riforma pensata con le migliori intenzioni e stravolta dall'eterogenesi dei fini nel suo impatto con la realtà di fatto, nel segno del tradizionale "fatta la legge trovato l'inganno". Ora, a quanto pare, il governo sembra intenzionato a correre finalmente ai ripari correggendo le storture più eclatanti emerse nell'applicazione sul campo delle norme sui voucher, peraltro denunciate fin dal novembre 2015 da un servizio di Report, evidentemente ignorato dal ministero del lavoro.

La proposta alternativa bersaniana - il ritorno ai collegi uninominali in stile mattarellum - appare bizzarra tenendo conto della distribuzione geografica dei consensi a macchia di leopardo e del rischio di uscire dal II° turno senza una vera maggioranza, come hanno già dimostrato le simulazioni. E poi dall'alto Adige alle prossime elezioni amministrative l'unica formula per garantire una vera governabilità, in presenza di un'estrema frammentazione dell'offerta elettorale, è quella del ballottaggio con premio di maggioranza alla lista. Per non parlare della Spagna, che torna alle urne dopo sei mesi di paralisi e con il rischio di un esito elettorale fotocopia di quello precedente, per via del sistema proporzionale senza doppio turno. Ma il lato più misterioso del discorso di Bersani è la distinzione tra ballottaggio o doppio turno, su cui forse si potranno esercitare i migliori azzeccagarbugli presenti sulla scena politica.

A dar informalmente manforte all'ex segretario PD arrivano le proposte di modifica dell'Italicum avanzate dall'avvocato Pellegrino ( http://www.huffingtonpost.it/gianluigipellegrinogianluigi-pellegrino-/renzi-modifiche-italicum_b_10164314.html?utm_hp_ref=italy ) peraltro piuttosto deboli e con pochissima probabilità di successo, essendo di scarso interesse per i partiti di centro e per il resto dell'opposizione, interessati più che altro ad ottenere il premio di maggioranza per la coalizione invece che alla singola lista. L'avvocato romano critica prima di tutto il premio di maggioranza previsto al I° turno in caso di consensi alla lista superiori al 40%, giudicato eccessivo. A tal proposito due sono le considerazioni:
  • anche nei sistemi proporzionali chi prevale con consensi superiori al 40% gode di una "fisiologico" premio di maggioranza, per via dei resti, che può anche arrivare al 5% dei seggi;
  • sull'entità del premio sarà la consulta a giudicare se la soglia minima del 40%, che fa scattare al primo turno il "bonus" di seggi maggioritari, sia più o meno "ragionevole", in sintonia con la motivazione della sentenza di bocciatura del Porcellum del 2014, dichiarato anticostituzionale proprio in quanto privo di qualsiasi soglia iminima di "ragionevolezza"; tant'è che il PD grazie alla grande porcata ha ottenuto alle elezioni del 2013 la maggioranza assoluta della camera avendo di poco superato l'"irragionevole" soglia del 25% dei voti (di cui evidentemente Pellegrino s'è scordato e che rende, tutto sommato, ragionevole quella dell'Italicum, anche se personalmente avrei optato per il 45%).
La seconda critica del Pellegrino all'Italicum riguarda "il mix nominati e appiccicose preferenze, quanto di peggio abbiamo sperimentato nei vari sistemi elettorali".  Di nuovo l'avvocato romano cade preda dell'oblio dal momento che sembra avere cancellato una delle maggiori storture del Porcellum, finite sotto la scure della famosa sentenza della Consulta nel 2014. Vale a dire il 100% di nominati tramite le liste bloccate della grande Porcata che l'Italicum ha dimezzato, grazie ad un buon equilibrio tra candidato "preferenziato" e capolista bloccato.

La proposta alternativa dell'avvocato romano è quella di "rimpicciolire i collegi per giungere a collegi "uni" o "binominali" (magari uomo donna) in modo che la governabilità è sempre garantita ma la qualità degli eletti" e il rapporto con il territorio sia preservato. Come se nel collegio uni o binominale non venissero designati candidati graditi ai vertici di partito, di fatto analoghi a quelli "bloccati" del Porcellum, e in quanto tali sottratti alla scelta diretta dell'elettore tramite la preferenza. Non esiste un sistema di designazione dell'eletto semplice, privo di difetti, vantaggi e svantaggi, pro e contro: come ha scritto H.L. Mencken "C'è sempre una soluzione facile per ogni problema - bella, plausibile e sbagliata". Le modalità introdotte dall'Italicum hanno entrambe pregi e limiti, che si controbilanciano e si compensano.

Ad ogni buon conto le preoccupazioni di Pellerino circa l'esorbitante premio di maggioranza del I° turno appaiono eccessive e sfasate rispetto alla realtà: in un panorama elettorale dominato da astensionismo e sfiducia nella politica, volatilità e "liquidità" delle preferenze, tramonto delle appartenenze ideologiche e conseguente frammentazione in tre o quattro poli resta altamente improbabile che un solo partito superi il 40%. Per non parlare delle elezioni amministrative regionali, che in diversi casi hanno visto prevalere partiti o coalizioni con consensi poco superiori al 30%, come in Liguria nel 2015, senza che nessuno se ne sia scandalizzato o abbia fatto ricorso alla consulta, come invece sarebbe doveroso per via di una soglia inesistente, del tutto irragionevole e distorsiva della rappresentaznza democratica.

sabato 26 dicembre 2015

Franza o Spagna purchè....Italicum

All'indomani delle elezioni regionali francesi e, soprattutto, delle politiche spagnole si è riacceso il dibattito politico italiano attorno alla legge elettorale.

Sul piano istituzionale il sistema elettorale delle regionali francesi assomiglia all'Italicum, con due differenze, peraltro non rilevanti: al secondo turno possono accedere tutti i partiti che hanno superato il 10% al primo ed il premio di maggioranza è fissato rigidamente al 25%, indipendentemente dalla percentuale raggiunta dal vincitore del ballottaggio.

Anche la Francia è entrata nel club dei sistemi politici tripolari, che confermano il ruolo del ballottaggio per evitare ingovernabilità e frammentazione politica, come sarebbero stati quelli del primo turno elettorale. Infatti le percentuali del ballottaggio non si sono discostatein modo significativo rispetto a quelle della domenica precedente, perlomeno nelle regioni in cui la corsa per la vittoria era a tre; in 5 macroregioni su 13 le tre liste del II° turno hanno conquistato più o meno 1/3 dei voti l'una, a dimostrazione della necessità del premio di maggioranza per garantire un risultato elettorale certo e una salda governabilità.

L'ncremento dei votanti al ballottaggio, attorno al 10%, ha consentito il ribaltamento dell'esito del primo turno, mettendo in minoranza il FN in tutte le regioni. Ha fatto la differenza, tra primo e secondo turno, la scelta dei socialisti di "sacrificare" le proprie liste nelle regioni in cui si è registrato l'expolit delle due candidate simbolo del FN, Marion al sud e Marine a nord. In queste due regioni chiave il confronto è stato a due, come nello schema del ballottaggio dell'Italicum, ed i risultati hanno penalizzato il FN per il travaso di voti dalle liste socialiste a quelle centriste.

Quando prevale lo spirito unitario sulle divisioni il tradizionale elettorato di sinistra risponde e si mobilita per arginare l'ondata xeno-populista, com'era accaduto all'inizio del secolo con le presidenziali vinte da Chirac su Le Pen padre. Così un buon numero di francesi è tornato alle urne del ballottaggio ed ha saggiamente optato per il male minore, confermando che questo è il criterio di scelta "razionale" in politica, a dispetto del massimalismo e dei difensori della purezza ideologica.
Al dunque i valori repubblicani hanno ridimensionato i fantasmi della repubblica di Vichy e la prospettiva, per nulla campata in aria, di uno scontro sociale a sfondo religioso. Ma per quanto ancora funzionerà il richiamo ai principi repubblicani per fronteggiare i partiti xeno-populisti?

In Spagna è andato in scena un copione speculare a quello francese, con un'inedita frammentazione partitica, addirittura a quattro, che conferma ormai a livello dell'Europa mediterranea il definitivo tramonto del bipolarismo e dell'alternativa secca destra/sinistra. Il risultato finale, opposto a quello emerso dal secondo turno delle elezioni francesi, è stato all'insegna della massima incertezza: un rebus politico che sarà difficile risolvere per dare alla Spagna un governo stabile e coeso, proprio perchè le due nuove formazioni iberiche sono cresciute elettoralmente in netta contrapposizione ai vecchi partiti novecenteschi.

Per decenni il sistema politico è rimasto ingessato sul modello novecentesco della dicotomia tra destra e sinistra, mentre la storia con la caduta del muro di Berlino viaggiava nel senso del superamento di quel modello, o perlomeno dei suoi rappresentanti ed eredi storici, ovvero verso una progressiva differenziazione della rappresentanza politica. A sospingere in questo direzione è stata l'evoluzione di una società sempre più liquida e, a sua volta, ancor più differenziata e anonima, che non poteva non scardinare vecchie appartenenze, identità consolidate, affiliazioni ideali divenute sempre più labili o addirittura dissoltesi nel mare magnum del partito astenista, unico trionfatore delle ultime elezioni seppur nel segno della defezione dalle urne.

Riproporre la vecchia contrapposizione novecentesca, come fa qualche commentatore, sotto le mentite spoglie del conflitto tra partiti di sistema e presunti movimenti anti-sistema appare una semplificazione che non coglie le tensioni a cui è sottoposta la democrazia in Europa. Del resto la frammentazione in 3-4 raggruppamenti parlamentari è la prova provata epirica che l'alternativa elettorale tra destra o sinistra non è più attraente; le nuove formazioni "emergenti" sono accomunate dallo sfruttamento dalla rabbia anti-casta e si propongono come collettore di risentimenti e frustrazioni sociali alimentate dalla crisi economica e dalle tensioni della globalizzazione.

La protesta alimenta il consenso verso i presunti movimenti anti-partiti storici - questi ultimi a loro volta sottoposti alla stessa liquefazione sociale - che capitalizzando il malcontento si candidano ad alternativa politica di sistema in senso classico, come Podemos in Sapagna o il M5S in Italia. L'aspirazione al ricambio generazionale e alla rottura con il passato novecentesco aveva sospinto il Matteo Renzi "rottamatore" prima alla testa del PD e poi al "trionfo" delle Europee; la spinta propulsiva si è però esaurita nella fase successiva, come nelle classiche lune di miele post-elettorali, sotto il peso di riforme osteggiate da ogni lato e di una ripresa economica stentata e poco percepita.

In questo contesto di grandi cambiamenti politici continentali è riemersa la proposta di cambiare l'Italicum da parte di forze politiche centriste e della sinistra PD, peraltro con obiettivi divergenti: da un lato i centristi puntano alla riedizione del premio di maggioranza alla coalizione invece che al partito e, dall'altro, le diverse anime della sinistra PD vagheggiano il ritorno ai collegi uninominali (Bersani) o ad proporzionale stile prima repubblica (Sinistra Italiana).

Fino ad un mese fa il proposito di riformare la riforma, prima ancora della sua entrata in vigore e dell' applicazione "sul campo" per verificarne gli esiti pratici, appariva illogica e irragionevole; oggi dopo il combinato disposto delle elezioni francesi e, soprattutto, di quelle spagnole l'obiettivo appare improponibile, velleitario e soprattutto a rischio di generare ulteriore instabilità politica ed incertezza.
Giustamente il presidente del Consiglio ha definito "benedetto" l'Italicom. In un'Europa avviata verso assetti tripolari o addirittura quadripolari il vecchio proporzionale a turno unico ha perso valore, mentre emerge l'esigenza di un sistema elettorale che garantisca un risultato certo ed una maggioranza univoca per l'intero mandato.

domenica 13 dicembre 2015

La demonizzazione dell'Italicum ovvero la negazione della realtà

La demonizzazione dell'Italicum, in nome di un suo presunto carattere anti-democratico e anti-costituzionale, parte dalla negazione della realtà, dalla cancellazione dei fatti, dall'amnesia delle vicende giuridiche: tutto si confonde si appiattisce nel medesimo giudizio negativo, il prima uguale al dopo, in una valutazione indistinta, in un appiattimento cognitivo che nega le differenze empiriche, i cambiamenti fattuali, l'evoluzione delle cose. Ovviamente il cambiamento non è sinonimo di miglioramento, ma è difficile negare l'evidenza, ovvero che l'oggetto è cambiato e non certo in modo spontaneo, ma per le “istruzioni” impartite da un organo super partes come la Consulta.
L’Italicum non è certo la migliore delle leggi elettorali possibili, non essendo priva di limiti e imperfezioni varie. Tuttavia leggendo certe critiche sembra quasi che sia stata preceduta da una legge bellissima e priva di ogni difetto, e non invece della Porcata bocciata dalla consulta per il fatto di:
1-attribuire in un turno unico la maggioranza dei seggi anche ad un partito o coalizione con percentuali di voti ben lontane dal 50%, come nel 2013, e in teorie pure inferiori al 20% delle schede valide;
2-grazie ad un premio di maggioranza smisurato e virtualmente illimitato, quindi smodatamente distorsivo del principio della rappresentanza proporzionale.

A queste due macroscopiche storture ha posto rimedio l’Italicum, con la ragionevole soglia minima per un premio limitato (altro che “smisurato”) e il ballottaggio “eventuale”; è buffo, ma per i suoi critici la correzione di queste due anomalie pare abbia addirittura aggravato la situazione, tanto da dipingere l’Italiucm come foriero di una soprendente “distorsione gravissima della rappresentanza” perfino peggiore del Porcellum, il che è tutto dire e sintomo di una scotomizzazione amnesia del recente passato.

Quanto al rischio che gli elettori eleggano indirettamente, grazie ai due turni e al premio di maggioranza, il capo del governo, non è ciò che accade di routine in nazioni come il Regno Unito, noto sistema politico totalitario e liberticida? Laddove il leader del partito vincitore diviene automaticamente premier, talvolta con consensi attorno al 30%, grazie al più disproporzionale e distorsivo dei sistemi elettorali, ovvero l’uninominale maggioritario a turno unico. Un’autentica dittatura da maggioranza “garantita”, che fa rigirare nel loculo da quasi due secoli il visconte Alexis de Tocqueville.

Per non parlare delle presidenziali in USA o in Francia; l’elezione del presidente francese si abbina di norma ad una maggioranza parlamentare a suo favore, talvolta di entità bulgara, grazie al doppio turno maggioritario, senza che nessuno se ne scandalizzi o gridi alla dittatura. Quanto alle virtù salvifiche, per la rappresentatività democratica, dell'uninominale maggioritario, propugnato da alcuni ricorrenti anti-Italicum, giova ricordare che
  • in Francia il ballottaggio nei collegi ha garantito al presidente neo-eletto maggioranze parlamentare bulgare, anche dell'80%;
  • in GB all'opposto il collegio uninominale a turno unico ha propiziato in passato a Tony Blair una solida maggioranza assoluta dei seggi con il solo 35% dei consensi raccolti nelle urne, mentre nelle ultime elezioni i liberaldemocratici con il 12,6% di voti hanno avuto un solo rappresentante.
Qual'è quindi il sistema elettorale più antidemocratico? Quale invece tutela meglio la rappresentanza democratica?
Il rischio che un partito con consensi minoritari in valore assoluto si aggiudichi la maggioranza degli eletti è comune a tutti i sistemi elettorali, ma è più accentuato in quelli maggioritari, perché dipende da quanti cittadini decidono di disertare le urne più che dalle modalità di elezione dei loro rappresentanti. Basta considerare le lezioni presidenziali della culla della democrazia, ovvero gli USA, dove Obama nel 2012 è stato eletto con poco più del 50%, cioè grazie ad un pugno di voti in più del suo avversario, a fronte di un’affluenza al voto del solo 49%. In sostanza è diventato presidente con meno del 25% dei voti complessivi e nessuno si è stracciato le vesti.

La necessità di una soglia minima di voti a garanzia della validità del voto attiene ad ogni elezione, sia a doppio turno che singolo; il mancato raggiungimento del 50% di votanti costituisce un problema generale e trasversale ai diversi sistemi elettorali, che testimonia la disaffezione dei cittadini per la democrazia rappresentativa e non certo la “bontà” o illegittimità di una legge elettorale. Lo si potrebbe risolvere solo con l’invalidazione delle elezioni, come accade con i referendum abrogativi che non superano il 50% di affluenza ai seggi, ma a prezzo della ripetizione delle votazioni anche più volte, magari restando per un bel po’ senza governo. Ma ce la vedete la democrazia USA che replica le elezioni presidenziali perché le schede sono risultate inferiori al 50% degli aventi diritto, magari solo per un pugno di votanti in meno?

La garanzia di una maggiore governabilità deriva non tanto dal doppio turno, ma bensì dall’attribuzione del (limitato) premio di maggioranza alla lista invece che alla coalizione, come prevedeva il Porcellum, che non a caso ha prodotto maggioranze tanto composite quanto litigiose e fragili. Ben diverso è stato negli ultimi 20 anni l’esito delle elezioni comunali in quanto a governabilità, anche se tra doppio turno delle elezioni locali e quello introdotto dall'Italicum su scala nazionale vi è solo un’analogia di fondo.

E' banale e risaputo, ma la realtà è fatta di toni di grigio e di gamme cromatiche e non di un bianco-o-nero manicheo o, peggio ancora, della stessa cupa luminosità in cui, come diceva il filosofo, tutti i bovini appaiono ugualmente neri. Le sfumature di grigio si applicano anche al problema della governabilità: se non è garantito che il premio alla lista assicuri la stabilità dell'esecutivo, di certo il premio ad una coalizione frammentata e composita incentiva i comportamenti opportunistici dei partitini, a mo del famoso Ghino di Tacco, con elevato rischio di litigiosità e instabilità, come dimostra la vicenda dell'Ulivo e la caduta di Prodi per mano dei rifondatori.
CONCLUSIONI. Con l'Italicum si è perlomeno ottemperato alla Sentenza di bocciatura del Porcellum, che era incostituzionale per i due ordini di motivi, ben noti: (i) un premio di maggioranza virtualmente illimitato e quindi distorsivo della rappresentanza (ii) in quanto attribuito senza una ragionevole soglia percentuale minima di voti. Il nuovo sistema elettorale ha posto rimedio a questi due gravi difetti e quindi è ritornato nell'alveo della Costituzione, a differenza del Porcellum. Si tratta di fatti incontrovertibili a dimostrazione autoevidente del cambiamento, della differenza tra Porcellum ed Italicum, che può non piacere per altri motivi, ma è un dato di realtà verso il quale le polemiche faziose si infrangono come le onde sugli scogli.
Quindi non servono affatto strane giustificazioni per tentare di imbellettare una legge “altrettanto pessima” del Porcellum, ma solo la sottolineatura della differenza tra il prima di una porcata incostituzionale ed il dopo di una riforma elettorale in linea con i “paletti” piantati dalla Consulta, seppure non certo perfetta e quindi perfettibile. Dunque le differenze tra le due leggi esistono eccome, sono comprensibili anche per un ragazzino, posto che le si voglia vedere con un minimo di onestà intellettuale, e solo da una posizione di parte si potrebbe far finta di nulla, accomunando nel medesimo giudizio negativo leggi ben distinte, se non altro per i due profili di incostituzionalità del Porcellum.  

domenica 6 dicembre 2015

Come uscire dal ginepraio delle primarie all'ombra della Madunina....

Squadra che vince non si cambia! Violare questa regola aurea comporta non pochi rischi di effetti perversi e flop elettorale. Se invece il sindaco uscente non si ripresenta significa che qualche cosa non ha funzionato, che la sua maggioranza non regge più, che è stato sfiduciato dal proprio partito o da un elettorato scontento del suo operato. Il passaggio da un candidato sindaco ad un'altro della stessa area politica è sempre problematico, specie se non avviene dopo due mandati, perchè gli elettori hanno l'occasione di indurre un radicale ricambio se l'amministrazione uscente non li ha soddisfatti.

A Milano però la situazione è ancor più complicata e per certi versi paradossale, per il fatto che non si ripresenta il sindaco uscente, a detta di tutti buon amministratore come testimonia l'indubbio successo dell'Expo, a dispetto dei vari "gufi". Ergo il futuro candidato sindaco deve raccogliere l'eredità della precedente amministrazione, garantire la continuità e il completamento del programma arancione, per poter ambire alla successione; se invece si smarca, prende le distanze dalla giunta uscente ammette implicitamente che il suo predecessore non ha dato buona prova di se e quindi rischia di alienarsi un buon numero di consensi, se non altro tra i cittadini milanesi soddisfatti e favorevoli alla giunta uscente di palazzo Marino.

In teoria tutti i contendenti alle primarie milanesi dovrebbero presentarsi come garanti della continuità rispetto alla giunta Pisapia, ma nel contempo devono in qualche misura distinguersi dagli altri competitor alla successione per ottenere la fiducia del popolo delle primarie e prevalere nelle urne. E qui entra in gioco il livello politico nazionale che, rispetto all'elezione di Pisapia, è radicalmente cambiato, complicando non poco la situazione con divisioni, contrasti e dinamiche di potere che riverberano sulla capitale lombarda il contrasto tra sostenitori renziani ed avversari anti-renziani di sinistra, fuori e dentro il PD, del governo nazionale.

Sala è chiamato a conseguire due obiettivi, solo in parte espliciti e quindi anche  un po' contraddittori, al limite del "doppio legame":
(a) succedere a Pisapia come esponente tecnico riconquistando palazzo Marino al PD renziano, senza però squalificare la precedente amministrazione a cui ha contribuito con la gestione vincente dell'EXPO, ma anzi rivendicandone l'efficacia e nel contempo
(b) emarginare la componente di sinistra anti-renziana, rappresentata in quel di Milano proprio dalle correnti pro-Pisapia dell'alleanza arancione, com'è successo a Roma con la fuoriuscita di Sinistra Italiana, che peraltro sotto la Madonnina garantisce l'appoggio al centrosinistra.

Per quale motivo un cittadino milanese dovrebbe preferire Sala se costui si smarca o squalifica implicitamente la gestione uscente, a cui ha peraltro contribuito in modo significativo? Essendo un un tecnico prestato alla politica, sarà certamente in difficoltà nel portare a termine questo ambiguo mandato nella "battaglia" della primarie milanesi.  Avrebbe certamente preferito un'investitura dall'alto del Nazareno, ma suo malgrado dovrà vedersela con gli elettori di centrosinistra e con la sua versione "civica" milanese, in genere pragmatica ed allergica ai giochetti politici romani, rischiando quindi di bruciarsi come politico ed anche come tecnico prestato alla politica.

Il compito degli altri due candidati in pectore (Majorino e Balzani) è apparentemente più semplice, perchè entrambi avendo avuto ruoli significativi nella giunta Pisapia possono a buon diritto rivendicarne il lascito, presentandosi come garanti della massima continuità programmatica per portare a termine il programma. La logica vorrebbe che uno dei due si ritirasse a favore dell'altro, visto che entrambi afferiscono alla medesima ala sinistra dello schieramento, facendo l'uno il sindaco e l'altro il vice, specie se Fiano dovesse simmetricamente farsi da parte per lasciare campo libero a Sala.

Se non dovesse accadere dovranno procedere ad una campagna elettorale "fratricida", fatta di distinzioni ed "attacchi" l'uno contro l'altro all'insegna de "io sono l'autentico erede di Pisapia" - a mo dei proverbiali polli di Renzo o di fratelli in lotta per il lascito del congiunto - per rastrellare il maggior numero di consensi, facendo ovviamente contento il terzo litigante.  Vedremo nei prossimi giorni se prevarrà lo spirito civico e di schieramento sulle "beghe familiari" e sulle ambizioni personali.

Questo complicato scenario spiega le fibrillazioni di questi giorni nella politica meneghina, a base di schermaglie procedurali, sottili squalifiche reciproche, giochi di partito e corrente, veti incrociati e messaggi cifrati, insomma il peggio della politica politicante, incomprensibile per i cittadini e urticante per i sostenitori, ad eccezione dei militanti schierati sui vari fronti.  Le primarie dovrebbero servire proprio per fare piazza pulita di tutti questi giochetti, da vecchia politica e pura lotta per il potere, per lasciare spazio al giudizio della gente sui programmi e sulle intenzioni dei contendenti alla poltrona di sindaco.

Il candidato unitario sarà deciso dagli gli elettori delle primarie e poi da tutti i milanesi nelle urne elettorali. Una parte politica o una corrente non può certo rivendicare o imporre il "proprio" candidato unitario, che è una contraddizione in termini: se fosse davvero unitario si potrebbe tranquillamente fare a meno delle primarie, evidentemente.

Se invece dovesse prevalere un copione di colpi bassi, ripicche e tentativi di manipolazione del voto, simile a quello andato in scena all'ombra della Lanterna alle recenti primarie Liguri, sarebbe garantito uno sviluppo tafazziano anche per palazzo Marino, fino all'esito di una probabile sconfitta nelle urne. Gli avversari politici naturalmente tifano per questa prospettiva e, per ora,fanno i salti di gioia per la masochistica escalation conflittuale andata in scena nelle ultime settimane nel centrosinistra milanese. Ma a Milano non doveva prevalere lo spirito civico unitario e la concretezza meneghina sulle lotte intestine senza esclusione di colpi della politica nazionale?

domenica 29 novembre 2015

Pregi e difetti dell'Italicum

L’Italicum non è il migliore dei sistemi elettorali al mondo, non essendo privo di limiti e imperfezioni varie. Tuttavia leggendo certe critiche sembra quasi che sia stata preceduta da una legge bellissima e priva di ogni difetto, la migliore delle leggi possibili e non invece quella Porcata bocciata dalla consulta, per il fatto di:

1-attribuire in un unico turno la maggioranza assoluta dei seggi anche ad un partito o coalizione con percentuali di voti ben lontane dal 50%, cioè inferiori al 30% come nel 2013, e in teorie anche poco più del 20% delle schede valide;
2-in virtù dell’assenza di una soglia minima e di un conseguente premio di maggioranza smisurato e virtualmente illimitato, quindi smodatamente distorsivo del principio della rappresentanza proporzionale.

A queste due macroscopiche storture ha posto rimedio l’Italicum, con la ragionevole soglia minima per un premio limitato (altro che “smisurato”) e il ballottaggio “eventuale”; è buffo, ma per i suoi critici la correzione di queste due palesi anomalie costituzionali pare abbia addirittura aggravato la situazione, tanto da dipingere l’Italiucm come foriero di una “distorsione gravissima della rappresentanza” perfino peggiore del Porcellum, il che è tutto dire e sintomo di una scotomizzazione amnesia del recente passato.
Quanto al rischio che i cittadini eleggano indirettamente, grazie ai due turni e al premio di maggioranza, il capo del governo, non è ciò che accade di routine in nazioni come il Regno Unito, noto sistema politico totalitario e liberticida? Laddove il leader del partito vincitore diviene automaticamente premier, talvolta con consensi attorno al 30%, grazie al più disproporzionale e distorsivo dei sistemi elettorali, ovvero l’uninominale maggioritario a turno unico. Un’autentica dittatura da maggioranza “garantita”, che fa rigirare nel loculo da quasi due secoli il visconte Alexis de Tocqueville.

Per non parlare delle presidenziali in USA o in Francia; l’elezione del presidente francese si abbina di norma ad una maggioranza parlamentare a suo favore, talvolta di entità bulgara, grazie al doppio turno maggioritario, senza che nessuno se ne scandalizzi o gridi alla dittatura. Le maggiori garanzie verso presunte derive autoritarie restano la mancanza del vincolo di mandato e la maggioranza qualificata per l’elezione degli organi di garanzia costituzionale, entrambe confermate dalla riforma costituzionale.
Il rischio che un partito con consensi minoritari si aggiudichi la maggioranza assoluta degli eletti è comune a tutti i sistemi elettorali, maggioritari o proporzionali, a singolo o doppio turno, perché dipende dal numero di cittadini che decidono di disertare le urne e non dalle modalità di elezione dei loro rappresentanti. Sebbene gli astenuti come gli assenti hanno sempre torto, la democrazia rappresentativa versa in uno stato di profonda crisi in tutto l’occidente, trascinata dall’impopolarità dei partiti, dal discredito delle varie caste e da una corruzione politica endemica. Basta considerare l’affluenza al voto delle presidenziali USA, dove Obama nel 2012 è stato eletto con poco più del 50% consensi, ovvero un pugno di voti in più del suo avversario, a fronte di un’affluenza al voto del solo 49%. In sostanza è diventato presidente con meno del 25% dei voti complessivi e nessuno si è stracciato le vesti.

La garanzia di una maggiore governabilità deriva non tanto dal doppio turno, ma dal (limitato) premio di maggioranza alla lista invece che alla coalizione, come prevedeva il Porcellum, che non a caso ha prodotto maggioranze tanto composite quanto litigiose e fragili. Ben diverso è stato l’esito delle elezioni comunali nell’ultimo ventennio, in quanto a governabilità, anche se tra doppio turno delle elezioni locali e Italicum vi è solo un’analogia di fondo.  

Nel passaggio dal primo turno al ballottaggio cambia completamente il panorama elettorale e la cornice decisionale offerta al cittadino: da una scelta multipartitica si passa ad un’opzione bipolare alternativa, aut/aut, cioè a favore dell’uno e  contro l’altro contendente al II° turno (e non è detto che questa possibilità non incentivi la partecipazione al voto di indecisi e astenuti). Il superamento della maggioranza assoluta al ballottaggio attribuisce una piena legittimità democratica al vincitore, a prescindere dai consensi conquistati al primo turno; legittimazione incommensurabile rispetto allo smisurato (e illegittimo) premio di maggioranza attribuito in un unico turno dal Porcellum al partito di maggioranza relativa, di cui si è curiosamente persa memoria.
Infine la necessità di una soglia minima di voti a garanzia della validità del voto attiene ad ogni elezione, sia a doppio turno che singolo; il mancato raggiungimento del 50% di votanti costituisce un problema generale e trasversale ai diversi sistemi elettorali, che testimonia la profonda crisi della democrazia rappresentativa a prescindere dal sistema elettorale. Il discredito di cui soffrono la politica e i partiti, testimoniato da un astensione talvolta maggioritaria, è la causa  della disaffezione al voto e non certo l’effetto o la dimostrazione della presunta illegittimità di una legge elettorale. Lo si potrebbe risolvere solo con l’invalidazione delle elezioni, come accade con i referendum abrogativi che non superano il 50% di affluenza ai seggi, ma a prezzo della ripetizione delle votazioni anche più volte, magari restando per un bel po’ senza governo. Ma ce la vedete la democrazia USA che replica le elezioni presidenziali perché le schede sono risultate inferiori al 50% degli aventi diritto, magari solo per un pugno di voti?

Eppure gli evidenti limiti dell’Italicum potrebbero essere superati con pochi ma sostanziali ritocchi:
  • l’innalzamento al 42-45% della soglia per un limitato premio di maggioranza, reso quindi ancor più ragionevole;
  • la riduzione del numero dei collegi con il raddoppio dei seggi in palio, in modo da garantire un maggiore equilibrio tra capolisti bloccati ed eletti con le preferenze, specie per i piccoli partiti;
  • la riduzione drastica della pluricandidature nei collegi, dalle attuali 10 a 2-3, e della soglia di sbarramento del I° turno, dal 3% al 2% per favorire la rappresentanza delle minoranze.

giovedì 26 novembre 2015

Italicum, referendum e spinte gentili


Sono passati pochi mesi dall’approvazione della nuova elettorale, dopo quasi un decennio di discussioni e trattative, e già si pensa a mandarla in pensione o meglio a soffocarla in culla, cioè prima che possa muovere i primi passi e dimostrare “sul campo” la sua efficacia. Il fronte dei fautori di una contro-riforma ancor prima che la riforma entri in vigore è variegato: il primo tentativo di “sabotaggio” dell’Italicum è venuto dal movimento Possibile dell’ex deputato PD Pippo Civati, ma la raccolta estiva di firme per il referendum abrogativo non è andata a buon fine.
A distanza di un mese riparte la campagna anti-Italicum, questa volta promossa dal Coordinamento Democrazia Costituzionale, capitanato dal padre del rinvio alla consulta del Porcellum, con due obiettivi:  da un lato avviare un ricorso presso una ventina di tribunali ordinarie per ottenere il pronunciamento della Consulta, atteso nel prossimo mese di febbraio, e dall’altro raccogliere contestualmente le firme per indire un referendum abrogativo dei due punti cardine dell’Italicum, ovvero il premio di maggioranza e l’elezione dei capolisti bloccati (http://www.huffingtonpost.it/2015/10/29/riforme-italicum-_n_8420112.html).

Le argomentazioni a sostegno dei ricorsi contro l'Italicum, ovvero la paventata attribuzione della maggioranza dei seggi ad una forza politica con consensi anche inferiori al 20% dei voti validi al primo turno, appaiono abbastanza fragili. Prima di tutto perché nella sentenza di bocciatura del Porcellum non viene preso in considerazione il problema degli scarsi consensi elettorali al primo turno; al contrario in una mezza dozzina di passaggi la Consulta ribadisce la necessità di stabilire prima di tutto una ragionevole soglia minima per poter attribuire il premio di maggioranza, che viceversa con il Porcellum poteva essere teoricamente assegnato anche ad un partito con una percentuale inferiore del 20% dei consensi raggranellati nell’unico turno di voto. In secondo luogo, in caso di mancato superamento della soglia, è giocoforza andare al ballottaggio per la designazione maggioritaria del vincitore, essendo solo due i contendenti rimasti in lizza indipendentemente dalla percentuale di consensi raccolta al primo turno.

La convocazione del corpo elettorale al secondo turno di voto garantisce una piena legittimazione democratica, testimoniata dal superamento del 50% dei consensi espressi dai cittadini nell’urna; esattamente come avviene nelle elezioni comunali, da una ventina d’anni, senza che nessuno se ne scandalizzi o invochi la scure della Consulta. Anzi nel sistema elettorale a turno unico in vigore in molte regioni e nei piccoli comuni, è la regola che una lista di maggioranza relativa, anche di poco superiore al 20%, possa aggiudicarsi la maggioranza degli eletti nel consiglio in una sola tornata elettorale come è accaduto nelle recenti elezioni Liguri, senza che sia stato sollevato un quesito di incostituzionalità.

Va da sé che il secondo turno è una votazione in piena regola, a se stante e non una brutta copia o una replica del primo: come ha osservato il costituzionalista Ceccanti non si possono mescolare le pere con le mele. Nel passaggio dal primo al secondo turno cambiano le regole del gioco democratico, la posta in palio, i parametri di valutazione dei consensi, l’offerta elettorale e conseguentemente anche le considerazioni in base alle quali l’elettore esprimerà la seconda opzione nell’urna: dal primo turno emerge un voto di rappresentanza e di affinità mentre l’esito del ballottaggio esprime un mandato a governare.

Ciò che distingue il ballottaggio rispetto al primo turno è la diversa architettura di scelta, che rientra a ben diritto nel cosiddetto paternalismo libertario, vale a dire il filone di studi e sperimentazioni della cosiddetta nudge economy, finalizzati a promuove i comportamenti virtuosi dei cittadini nelle scelte economiche e sociali che li riguardano, tramite le cosiddette “spinte gentili”. Gli elettori dell’area politica esclusa al primo turno vengono “spinti” a scegliere una delle tre opzioni decisionali:  (a) disertare le urne del ballottaggio,  (b) scegliere tra i due contendenti in base al male minore, ovvero il  partito meno peggio, ed infine (c) votare “per ripicca” uno dei due per punire l’altro.

Le due tornate di voto non sono quindi sovrapponibili o intercambiabili, come presuppongono i ricorrenti anti-italicum quando paventano il rischio che un piccolo partito possa aggiudicarsi tutta la posta. Evenienza che era invece la regola con il turno unico del Porcellum, tanto da decretarne l’incostituzionalità per la mancanza della ribadita ragionevole soglia minima per l’attribuzione del premio; grazie all’impostazione disproporzionale del Porcellum le elezioni del 2013 hanno attribuito la maggioranza assoluta dei seggi al centrosinistra pur avendo incassato un percentuale di voti poco superiore al 25%. Ma è grazie all’imposizione della soglia minima per il premio di maggioranza che la Consulta ha posto rimedio alla macroscopica stortura del Porcellum.

E’ significativo che nella sentenza di bocciatura del Porcellum non si prenda in considerazione l’argomento sollevato dai ricorrenti, proprio perché una volta stabilità la ragionevole soglia per far scattare il premio il rischio evocato dal Coordinamento Democrazia Costituzionale viene superato in modo radicale con il secondo ricorso alle urne. Se mai è la percentuale del 40% introdotta dall’Italicum per l’attribuzione del premio di maggioranza a destare qualche perplessità in rapporto a quell’aggettivo - ragionevole – più volte utilizzato nelle motivazioni della sentenza di bocciatura del Porcellum per stigmatizzare l’assenza della fatidica soglia. Peraltro già il metodo proporzionale della prima repubblica attribuiva, per il sistema di attribuzione dei seggi sulla base dei resti, un limitato premio del 3-4% al partito di maggioranza relativa in caso di consensi vicini al 40%. Tuttavia il “bonus” dell’Italicum, teoricamente anche vicino al 15%, potrebbe essere considerato poco ragionevole dalla Consulta perché distorsivo della “piena rappresentatività dell’assemblea elettiva”.

Conclusione. Nel primo turno viene espresso un voto specifico per una comunanza di opinione/interessi tra elettore ed eletto, che nel contempo garantisce la più ampia rappresentatività democratica dell’elettorato. La bassa affluenza alle urne delle ultime votazioni e la mobilità dell’elettorato dimostra che il legame di “affiliazione” o di semplice “fidelizzazione” del cittadino verso il partito di riferimento è venuto meno, nonostante il rinnovamento dell’offerta elettorale espresso dal sistema partitico negli ultimi decenni. Il secondo turno invece propone una diversa cornice decisionale ed un salto qualitativo nella posta in gioco, vale a dire la designazione di una maggioranza di governo coesa ed univoca in virtù dell’inedito sistema maggioritario su scala nazionale. Il salto di qualità dell’esito elettorale, dovuto alla doppia opzione di voto, fa la differenza rispetto al Porcellum, ai precedenti sistemi elettorali e rappresenta la vera novità dell’Italicum, che evidentemente entra in conflitto con una molteplicità di interessi avversi a tale prospettiva; grazie al doppio turno la nuova legge elettorale è potenzialmente in grado di imprimere una svolta epocale al nostro sistema politico, all’insegna di una chiara alternanza di governo, della semplificazione del quadro politico in senso bipolare e della designazione di una stabile e solida maggioranza di governo da parte dell’elettorato. dare al turno di ballottaggio in cui gli elettori daranno con un secondo voto questa volta in modo maggioritario, attribuendo ad uno dei due contendenti la vittoria assoluta indipendentemente dalla % di consensi raccolta al primo turno, ovvero con una piena legittimazione democratica testimoniata dal passaggio da una percentuale anche inferiore al 20% al superamento del 50% dei voti del ballottaggio, esattamente come avviene nelle elezioni comunali.

giovedì 29 ottobre 2015

La metamorfosi del denaro nell'era digitale


La civiltà occidentale registra da due millenni a questa parte un lento processo di “virtualizzazione” del denaro, considerato da filosofi analitici contemporanei, come John Searle e Maurizio Ferraris,  un tipico esempio di Oggetto sociale, ovverosia un entità fisica che incorpora in sé un’intenzionalità collettiva relativa ad una funzione specifica, di ordine superiore rispetto all’oggetto che la veicola, condivisa ed accettata socialmente. Per Searle il denaro svolge la funzione socioeconomica di scambio universale, indipendentemente dalle caratteristiche del supporto utilizzato.
Ferraris ha una posizione più radicale, in quanto mette in dubbio che sia sempre necessario un oggetto materiale di supporto alla funzione sociale. Per connotare un oggetto sociale è altresì indispensabile la registrazione di atti che coinvolgono almeno due persone sotto forma di una traccia documentale, iscritta su un supporto fisico qualunque, dalla carta al computer, dal marmo alla memoria; un matrimonio, un contratto, un mutuo, un passaggio di proprietà, una sentenza, un certificato etc.. per essere validi esigono una trascrizione, e la validazione tramite una traccia, ad esempio una firma. Come vedremo più avanti, proprio queste caratteristiche trovano una verifica empirica nell’evoluzione in senso digitale del denaro, che fa la differenza tra pagamento in contanti ed elettronico.
Vale la pena di ricordare le tappe di questo lungo processo evolutivo:
  • all’ inizio il conio in oro delle monete equivaleva al valore corrispettivo del metallo prezioso;
  • n seguito la moneta aurea è stata affiancata o sostituita da metalli o le leghe alternative meno preziose;
  • a cui si è aggiunta ben presto la cartamoneta;
  • per ultimi sono stati introdotti altri supporti cartacei, dagli assegni alle cambiali, dalle azioni ai traveler’s check etc.., come sostituti simbolici di metalli e cartamonete.
Il compimento del percorso di virtualizzazione si è avverato all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso: a quell’epoca infatti risale la storica decisione di annullare la convertibilità del dollaro in oro, decretata dall’amministrazione americana, che sanciva la definitiva separazione tra valore del metallo prezioso e valore di scambio della moneta e la successiva proliferazione incontrollata della dimensione finanziaria su quella economica. Prima di allora si diceva che portando un bel gruzzolo di dollari a Fort Knox un qualsiasi cittadino avrebbe ricevuto in cambio il corrispettivo in grammi di oro zecchino. Nonostante il venire meno della convertibilità del dollaro restava invariato il legame tra valore di scambio universale dell’oggetto sociale denaro con i suoi supporti fisici, ovvero monete, banconote, assegni etc..

Il processo di virtualizzazione ha subito un salto di qualità ed un’ulteriore accelerazione con l’estendersi della tecnologia digitale, destinata ad affermarsi progressivamente, fino al prevedibile e futuro pensionamento dei contanti. La dematerializzazione arriva così alla tappa finale con la diffusione delle forme di tracciabilità elettronica delle transazioni, sia microeconomiche che macrofinanziarie. Paradossalmente la digitalizzazione del denaro ha reso palesi gli scambi economici che viceversa restavano invisibili ed opachi grazie all’uso della forma cartacea di pagamento. La transazione economica in contanti, cioè priva del relativo documento contabile dallo scontrino alla fattura, non lascia alcuna traccia di sé al contrario della transazione elettronica, che invece comporta sempre l’iscrizione dell’atto di pagamento.
Nelle transazione digitale, ovvero senza passaggio di mano di un mezzo fisico monetario, si allarga la portata sociale dell’atto economico, nel senso che grazie alla tracciabilità/trascrizione su un supporto fisico si amplifica la il suo significato pubblico. Insomma il venir meno del supporto materiale cartaceo, a favore della traccia elettronica immateriale, mette ancor più in evidenza il carattere sociale dello scambio universale descritto da Searle. In aggiunta l’evoluzione dal passaggio di un supporto fisico alla registrazione elettronica del pagamento fa emergere un surplus di informazioni documentali: permette di identificare gli attori coinvolti nella transazione, l’oggetto del pagamento e le coordinate spazio-temporali del passaggio di moneta elettronica. Un notevole salto qualitativo ed informativo, nel segno della trasparenza, rispetto al carattere anonimo ed occulto del contante.

L’innalzamento del tetto dei pagamenti in contanti a 3000 Euro ha un valore simbolico in relazione a questo contesto culturale e rappresenta un passo indietro rispetto allo spirito dell'innovazione elettronica e dell'economia digitale, specie in un paese a scarsa diffusione dei pagamenti tracciabili, da tutti ritenuti un disincentivo per l'economia in nero e, indirettamente, uno strumento di contenimento dell'evasione fiscale. Come ha affermato il ministro Padoan la limitazione all’uso del contante “è motivata dall’esigenza di far emergere le economie sommerse per contrastare il riciclaggio dei capitali di provenienza illecita, l’evasione e l’elusione fiscale”.  Per di più l’inedita promozione del contante stride con tendenze socio-economiche in atto e con altri provvedimenti del governo di evidente natura digitale.
In buona sostanza l’innalzamento del tetto dei pagamenti sull’unghia contrasta con la transizione storica verso la moneta immateriale, sopra delineata, ed assume anche i connotati di un conflitto tra economia “oscurantista”, occulta, opaca e accuratamente celata (pagamenti in contanti senza ricevuta, fondi e provviste in nero per corruzione, evasione fiscale e contributiva, truffe, traffici illegali e criminali, usura etc..) e pratiche “illuministiche” di trasparenza, digitalizzazione, tracciabilità, accountability, visibilità ed emersione delle transazioni economiche. Insomma l’inedita promozione dei contanti è un passo indietro rispetto al tentativo di introdurre elementi di modernità, in una società ancora intrisa di un passato arcaico e pre-moderno.