domenica 6 dicembre 2015

Come uscire dal ginepraio delle primarie all'ombra della Madunina....

Squadra che vince non si cambia! Violare questa regola aurea comporta non pochi rischi di effetti perversi e flop elettorale. Se invece il sindaco uscente non si ripresenta significa che qualche cosa non ha funzionato, che la sua maggioranza non regge più, che è stato sfiduciato dal proprio partito o da un elettorato scontento del suo operato. Il passaggio da un candidato sindaco ad un'altro della stessa area politica è sempre problematico, specie se non avviene dopo due mandati, perchè gli elettori hanno l'occasione di indurre un radicale ricambio se l'amministrazione uscente non li ha soddisfatti.

A Milano però la situazione è ancor più complicata e per certi versi paradossale, per il fatto che non si ripresenta il sindaco uscente, a detta di tutti buon amministratore come testimonia l'indubbio successo dell'Expo, a dispetto dei vari "gufi". Ergo il futuro candidato sindaco deve raccogliere l'eredità della precedente amministrazione, garantire la continuità e il completamento del programma arancione, per poter ambire alla successione; se invece si smarca, prende le distanze dalla giunta uscente ammette implicitamente che il suo predecessore non ha dato buona prova di se e quindi rischia di alienarsi un buon numero di consensi, se non altro tra i cittadini milanesi soddisfatti e favorevoli alla giunta uscente di palazzo Marino.

In teoria tutti i contendenti alle primarie milanesi dovrebbero presentarsi come garanti della continuità rispetto alla giunta Pisapia, ma nel contempo devono in qualche misura distinguersi dagli altri competitor alla successione per ottenere la fiducia del popolo delle primarie e prevalere nelle urne. E qui entra in gioco il livello politico nazionale che, rispetto all'elezione di Pisapia, è radicalmente cambiato, complicando non poco la situazione con divisioni, contrasti e dinamiche di potere che riverberano sulla capitale lombarda il contrasto tra sostenitori renziani ed avversari anti-renziani di sinistra, fuori e dentro il PD, del governo nazionale.

Sala è chiamato a conseguire due obiettivi, solo in parte espliciti e quindi anche  un po' contraddittori, al limite del "doppio legame":
(a) succedere a Pisapia come esponente tecnico riconquistando palazzo Marino al PD renziano, senza però squalificare la precedente amministrazione a cui ha contribuito con la gestione vincente dell'EXPO, ma anzi rivendicandone l'efficacia e nel contempo
(b) emarginare la componente di sinistra anti-renziana, rappresentata in quel di Milano proprio dalle correnti pro-Pisapia dell'alleanza arancione, com'è successo a Roma con la fuoriuscita di Sinistra Italiana, che peraltro sotto la Madonnina garantisce l'appoggio al centrosinistra.

Per quale motivo un cittadino milanese dovrebbe preferire Sala se costui si smarca o squalifica implicitamente la gestione uscente, a cui ha peraltro contribuito in modo significativo? Essendo un un tecnico prestato alla politica, sarà certamente in difficoltà nel portare a termine questo ambiguo mandato nella "battaglia" della primarie milanesi.  Avrebbe certamente preferito un'investitura dall'alto del Nazareno, ma suo malgrado dovrà vedersela con gli elettori di centrosinistra e con la sua versione "civica" milanese, in genere pragmatica ed allergica ai giochetti politici romani, rischiando quindi di bruciarsi come politico ed anche come tecnico prestato alla politica.

Il compito degli altri due candidati in pectore (Majorino e Balzani) è apparentemente più semplice, perchè entrambi avendo avuto ruoli significativi nella giunta Pisapia possono a buon diritto rivendicarne il lascito, presentandosi come garanti della massima continuità programmatica per portare a termine il programma. La logica vorrebbe che uno dei due si ritirasse a favore dell'altro, visto che entrambi afferiscono alla medesima ala sinistra dello schieramento, facendo l'uno il sindaco e l'altro il vice, specie se Fiano dovesse simmetricamente farsi da parte per lasciare campo libero a Sala.

Se non dovesse accadere dovranno procedere ad una campagna elettorale "fratricida", fatta di distinzioni ed "attacchi" l'uno contro l'altro all'insegna de "io sono l'autentico erede di Pisapia" - a mo dei proverbiali polli di Renzo o di fratelli in lotta per il lascito del congiunto - per rastrellare il maggior numero di consensi, facendo ovviamente contento il terzo litigante.  Vedremo nei prossimi giorni se prevarrà lo spirito civico e di schieramento sulle "beghe familiari" e sulle ambizioni personali.

Questo complicato scenario spiega le fibrillazioni di questi giorni nella politica meneghina, a base di schermaglie procedurali, sottili squalifiche reciproche, giochi di partito e corrente, veti incrociati e messaggi cifrati, insomma il peggio della politica politicante, incomprensibile per i cittadini e urticante per i sostenitori, ad eccezione dei militanti schierati sui vari fronti.  Le primarie dovrebbero servire proprio per fare piazza pulita di tutti questi giochetti, da vecchia politica e pura lotta per il potere, per lasciare spazio al giudizio della gente sui programmi e sulle intenzioni dei contendenti alla poltrona di sindaco.

Il candidato unitario sarà deciso dagli gli elettori delle primarie e poi da tutti i milanesi nelle urne elettorali. Una parte politica o una corrente non può certo rivendicare o imporre il "proprio" candidato unitario, che è una contraddizione in termini: se fosse davvero unitario si potrebbe tranquillamente fare a meno delle primarie, evidentemente.

Se invece dovesse prevalere un copione di colpi bassi, ripicche e tentativi di manipolazione del voto, simile a quello andato in scena all'ombra della Lanterna alle recenti primarie Liguri, sarebbe garantito uno sviluppo tafazziano anche per palazzo Marino, fino all'esito di una probabile sconfitta nelle urne. Gli avversari politici naturalmente tifano per questa prospettiva e, per ora,fanno i salti di gioia per la masochistica escalation conflittuale andata in scena nelle ultime settimane nel centrosinistra milanese. Ma a Milano non doveva prevalere lo spirito civico unitario e la concretezza meneghina sulle lotte intestine senza esclusione di colpi della politica nazionale?