martedì 28 maggio 2019

Attenzione alle cornici cognitive: alle elezioni vince chi impone la sua!

Scrive il linguista Antonelli nella recensione a “Non pensate all’elefante!” su La Lettura del Corriere: Costruiamo speranze, non muri”, “investiamo nella scuola, non nella paura”, “vogliamo investimenti e sviluppo, non recessione”. La campagna del Pd per le europee punta tutto sulla negazione di concetti negativi. Forse non hanno letto Non pensare all'elefante! il libro dello psicolinguista George Lakoff pubblicato per la prima volta nel 2004 e ora riproposto da Chiarelettere". Gli da manforte Carofiglio nel criticare il deficit "metaforico" della sinistra nella presentazione del libro del linguista statunitense, che esce nella versione aggiornata rispetto alla prima di 15 anni fa (https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/05/01/cara-sinistra-pensa-allelefante/5146641/). 

La sinistra è propensa all'astrattezza e quindi ha snobbato il pensiero metaforico, valido tutt'al più in letteratura, per abbellimenti poetici e raffinatezze liriche. Niente di più riduttivo e sbagliato, come ha dimostrato ampiamente Lakoff negli ultimi 30 anni di ricerca ben poco accademica. Un esempio pratico? Le elezioni del 2018 sono state una debacle per la sinistra anche perchè non ha saputo proporre una cornice metaforica alternativa al frame della sicurezza, imposto dai sovranisti/securitari a forza di reiterazioni sui media in modo quasi ossessivo. 

Così anche nella campagna elettorale per le europee il Capitano ha continua iperterrito ad evocare la sicurezza senza che da sinistra si sia tentato di replicare con qualche argomento che ribaldi la sudditanza metaforica e culturale al frame della sicurezza/insicurezza; la cornice concettuale della sicurezza ha connotati emotivi (lo spettro della paura) profondamente coinvolgenti che premiano chi la impone e mettono nell'angolo le argomentazioni "razionali". E i risultati al momento della conta elettorale si sono visti nel 2018 e ancor più nel 2019!

Se accetti le metafore dell'avversario sei in condizioni di handicap in partenza, perchè aderisci implicitamente alla sua definizione del problema, alla sua visione e alle conseguenti soluzioni. Si dice che la sinistra sbaglia quando alla richiesta di sicurezza risponde con le statistiche che dimostrano quanta poca insicurezza ci sia nella nostra società. L’errore è a monte, ovvero aver accettato passivamente il frame della sicurezza/insicurezza personale e quindi valgono poco i numeri per rassicurare chi si sente insicuro; non basta snocciolare statistiche per compensare il senso di insicurezza artatamente enfatizzato, anche se il confronto tra percezione e realtà è comunque necessario, ma non sufficiente quando le componenti emotive sono rilevanti. Bisognerebbe cambiare frame, operazione non facile quando una cornice metaforica è radicata: alla sicurezza/insicurezza bisognerebbe contrapporre la cornice legalità/illegalità!

La sicurezza zero come l'assenza di rischio non esiste nella realtà; la promessa di sicurezza assoluta è un mito che fa leva sul sentimento profondo della paura che prende quando la sicurezza è implicitamente messa in dubbio.  Se tutti i santi giorni tutti i politici e i media parlano di sicurezza significa che c’è un problema oggettivo di insicurezza, tant’è che la gente alla fine la percepisce ovunque e in modo ansioso quando esce di casa, sale sul treno o va ad un concerto. Facile quindi acquisire consensi quando si promette più sicurezza!

Se ti adatti passivamente al frame degli avversari sei condannato a priori e resti prigioniero della gabbia metaforica costruita ad hoc per enfatizzare gli aspetti emotivi a scapito di quelli razionali. E quindi ogni contro-argomentazione ragionevole sarà condannata in partenza all’insignificanza, come nel caso appunto della sicurezza. Il tema della sicurezze/insicurezza imposto dai sovranisti è un esempio paradigmatico di frame di successo: bisogna uscire dalla cornice perché se si resta al suo interno sì è giocati in partenza.

martedì 1 gennaio 2019

Il populismo, la lotta di classe (alle èlite) del nuovo millenio

Prendendo spunto dalle polemiche dei no-vax contro gli “esperti”, come esempio di rivolta contro le professioni "liberali", cercherò di analizzare il tema della disintermediazione e soprattutto della società del rancore verso le èlite, descritta magistralmente da Baricco su La repubblica dell'undici gennaio 2019, con riferimento alla transizione politico-sociale che stiamo vivendo alla vigilia delle prossime elezioni europee di maggio.

In realtà rancore, risentimento e rabbia, come espressione individuale del conflitto sociale, hanno sempre allignato nella società. Solo che questi profondi sentimenti venivano incanalati nella "lotta" di classe, che si è sempre alimentata dell' "odio" dei proletari per i padroni, fino alla sua caricatura del terrorismo di sinistra. Dopo tutto la lotta di classe ha sempre avuto connotati populisti, nel senso della guerra del popolo contro èlite capitaliste, padroni privilegiati caste professionali e in generale sfruttatori del popolo/proletariato. 

Le Brigate Rosse si illudevano di sfruttare il rancore sociale per la rivoluzione, mentre ormai classe operaia si era integrata nel sistema democratico occidentale grazie al boom economico, al consumismo, alla società del benessere, alle riforme e ai diritti civili/sociali conquistati. A fasi alterne il progresso socio-economico è continuato fino agli anni 90 del secolo scorso, accompagnato dal graduale venir meno dell'antagonismo sindacale per l' "esaurimento" della classe operaia a causa, da un lato, della frammentazione sociale e della parcelizzazione del lavoro e, dall'altro, per la compiuta integrazione dei lavoratori nella piccola industria, tipicamente nel nord pedemontano; al posto della lotta di classe nel frattempo cresceva il rancore verso un apparato statale burocratizzato, inefficiente, oppressore fiscale e corrotto (l'inchiesta del sociologo Aldo Bonomi su "Il rancore, alle radici del malessere del nord" è del 2008).
A quel punto, dal post tangentopoli in avanti, si coagulavano un pool di fattori concomitanti come propellente del rancore sociale, covato per un decennio ed esploso negli ultimi anni a seguito di alcune crisi convergenti
  •          economica dal 2008, che si è innestata sugli effetti collaterali dell'euro ed ha aggravato il cronico deficit del bilancio statale
  •          migratoria come effetto collaterale della globalizzazione, con le delocalizzazioni e la concorrenza sleale dell'estremo oriente
  •          sociale: disoccupazione e precarizzazione del lavoro, specie giovanile al sud, nella società liquida
  •          istituzionale: scoperta dei privilegi e delle malefatte della casta politica, corruzione, sfruttamento dei beni pubblici etc.
  •          finanziaria, della spesa pubblica e del wellfare, sotto la pressione vincoli europei di bilancio, che mettevano in discussione i tradizionali strumenti clientelari ed assistenzialistici di controllo politico-sociale
Rispetto alla lotta di classe tradizionale in quella "populista" sono cambiati gli obiettivi, grazie agli strumenti della disintermediazione tecnologica, descritta da Baricco nei suoi libri: le èlite capitaliste e "padronali" sono state sostituite, sfruttando la legge ferrea delle oligarchie ( https://riformel.blogspot.com/2018/12/il-populismo-e-la-legge-ferrea.html ) dalle caste economiche e politico-amministrative, dalle burocrazie ministeriali, comunitarie e nazionali, dai tecnocrati, dalle èlite professionali ed accademiche etc...

Questo micidiale clima di frustrazione individuale con conseguente risentimento sociale, tanto rancoroso quanto profondo, non poteva più essere interpretato e incanalato nell'alveo tradizionale della "lotta di classe", per il radicale cambiamento subito dagli organi intermedi della rappresentanza politico-sindacale e partitica. I governi a guida PD hanno pagato lo scotto di questa impossibilità ed anzi, a causa di alcuni errori dopo l’illusorio trionfo delle europee, sono stati accomunati alla casta politica post-tangentopoli o non sono riusciti a sottrarsi a questa deriva propagandistica a causa della personalizzazione renziana, a suo modo espressione di disintermediazione “populista” rispetto al partito assieme alla rottamazione.

Anche perché il PD è rimasto scoperto sulla sua sinistra nel contrasto alle disuguaglianze sociali, ma anche dal lato del contenimento delle degenerazioni “partitocratiche” (come si diceva una volta) e della “questione morale” di berlingueriana memoria. Con il referendum costituzionale prima e con le politiche del 2018 dopo è arrivato il conto salato della sottovalutazione del rancore populista, non più incanalato nella tradizionale "lotta di classe" abbandonata dalla sinistra; il risentimento covava nel profondo della società e si è riversato clamorosamente nell’urna elettorale (memorabile la sorpresa di Matteo Renzi per la tardiva constatazione di quanto la sua figura pubblica fosse detestata dalla gente, a tal punto da votare NO a prescindere da ogni considerazione di merito sulla riforma costituzionale).
Il rancore sociale alimentato dal marketing della paura è rimasto per anni in incubazione e in stand-by, fino a quando si è incanalato nell'alveo populista grazie alla sua "offerta" politico-culturale, all’insegna della semplificazione e della disintermediazione rispetto alla democrazia rappresentativa per far leva sulla:
  •          legittimazione della rabbia per una lotta senza quartiere ai privilegi politico-amministrativi, alle èlite professionali, lobby economiche e a tutti gli esponenti di un establishement inamovibile, in combutta tra loro, specie nella commistione politico-bancaria
  •          ricerca di molteplici capri espiatori su cui veicolare il risentimento sociale, dall’uso strumentale della sicurezza minacciata dagli immigrati clandestini ai vincoli europei che soffocano la sovranità nazionale, dall’oppressione dell’apparato fiscale a quella della burocrazia statale etc..
  •          utilizzo della rete come strumento di denuncia pubblica e soprattutto di disintermediazione "orizzontale" rispetto all'oppressione "verticale" delle varie caste professionali, complici di quelle politiche ed economico-industriali
Nella campagna no-vax come nelle aggressioni ai medici del SSN si sono coagulate queste tendenze, come un incubatore emotivo-culturale che ha amplificato il rancore sociale e la nuova lotta di classe; l'obiettivo resta la "casta professionale" dei medici, i cui esponenti non a caso sono oggetto di violenza verbale o fisica ormai quasi quotidianamente. Ma, ci ricorda Baricco, serve a poco ricordare che non ci sono alternative o rivendicare, di fronte alla marea montante del rancore, una competenza "tecnica" o ormai messa in crisi da una pervasiva disintermediazione democratica della rete.

Come rispondere politicamente a tutto ciò? Come uscire dall’impasse per "cambiare l'inerzia di questa disfatta"?
Che io sappia - risponde Baricco - ammettere che la gente ha ragione!

domenica 30 dicembre 2018

Attenzione alla cornice: in politica vince chi impone la sua!

In politica per vincere le lezioni bisogna proporre soluzioni semplici e comprensibili rispetto ai problemi percepiti dagli elettori; è quindi importante intercettare ed interpretare gli umori prevalenti e i bisogni prioritari della gente ma soprattutto, nella comunicazione di massa, costruire la cornice cognitiva ed emotiva che consente di far passare la propria impostazione spiazzando gli avversari. Nei termini tecnici della linguistica cognitiva si tratta di imporre un frame, vale a dire la cornice concettuale che impone i temi della propria agenda elettorale a cui segue quasi in automatico la propaganda delle soluzioni "vincenti".

Non pensare all’elefante! Il linguista George Lakoff utilizza questa slogan per dimostrare ai propri studenti quanto sia difficoltoso uscire da un frame una volta che sia stato enunciato e soprattutto, nella sfera pubblica, reiterato da un soggetto politico tramite i media fino a monopolizzare il dibattito pubblico (https://www.linkiesta.it/it/blog-post/2011/11/06/caro-bersani-non-pensare-allelefante/2691/ ). Chi riesce a far passare il frame più adatto per rispondere ai bisogni indotti dalla stessa propaganda cattura anche il consenso, specie emotivo, e trova strada spianata verso la vittoria elettorale, ancor più se gli avversari non riescono a contrastare con una propria cornice le parole d’ordine degli antagonisti. E’ quello che è successo nelle elezioni politiche del 2018, vinte dai partiti che hanno saputo imporre i propri slogan/frame, soprattutto in due sfere: la crisi economica e quella migratoria.

L'errore controproducente della sinistra, in fatto di subordinazione alla cornice cognitiva proposta dagli avversari, è stata l'accettazione acritica del frame della sicurezza. Nel momento in cui si impone la centralità nel dibattito pubblico e nelle scelte programmatiche dell'idea della sicurezza, automaticamente la gente si sente insicura, aumenta la percezione di incertezza e di vulnerabilità; appena si esce per strada ci si guarda attorno per assicurarsi che non ci siano "malintenzionati" o situazioni potenzialmente sensibili e aumentano di diffidenza e sospettosità a scapito della fiducia e delle relazioni sociali. Non è un caso che il terrorismo abbia come principale obiettivo la diffusione della paura e dell’insicurezza come cavallo di Troia per mettere in crisi i valori della liberal-democrazia occidentale e aizzare una risposta in stile guerra di civiltà e di religione.

L’altra faccia della percezione di una insicurezza diffusa, alimentata indirettamente dall’ossessione per la sicurezza, è il concetto di rischio che si applica ormai ad ogni situazione: come non si da il rischio zero va da se che non esiste una sicurezza assoluta, e quindi nemmeno una tutela/controllo dall’insicurezza da parte di qualcuno, come invece si vorrebbe fare credere (https://www.linkiesta.it/it/article/2018/02/14/i-crimini-sono-in-calo-ma-ce-chi-specula-sul-senso-di-insicurezza-degl/37123/ ) Rischio e insicurezza hanno una connotazione prettamente di pancia/pelle e soggettiva e, una volta fissato questo ancoraggio emotivo, le motivazioni razionali, a partire dai dati statistici, sono automaticamente fuori gioco, squalificati nella comunicazione pubblica, come puntualmente è successo. Accettando il frame della sicurezza si è implicitamente rinunciato ad un esame di realtà non necessariamente basato sul “percepito” soggettivo, su ansie artatamente amplificate che fanno leva sull'insicurezza ontologica degli umani, ma sul confronto dialettico tra realtà e sua rappresentazione, tra fatti e “sensazioni”.

Da questa paura di sfondo, alimentata dai media enfatizzando fatti di cronaca "nera" che hanno come protagonisti gli "stranieri", nasce la richiesta di maggiore sicurezza, possibilmente eliminando la fonte prima dell'insicurezza ovvero il diverso, lo straniero, il deviante etc.., anche a costo di barattare qualche diritto in cambio di maggiore protezione sicuritaria ( https://www.lettera43.it/it/articoli/societa/2018/06/22/sicurezza-italia-piercamillo-davigo-carcere-dati-istat-percezione-criminalita-omicidi/221308/ ). Storicamente regimi autoritari in nome della sicurezza hanno via via ridotto e abolito le libertà civile, in particolare quando si paventava un’invasione da parte di nemici esterni o sovversivi interni, come accade ai nostri giorni in Ungheria. Ecco quindi che l’ “invasione” migratoria e il pericolo dei clandestini si salda con la manipolazione della richiesta di sicurezza.

Non importa che la sicurezza totale, come il rischio zero, sia un’illusione, perché lo stato deriva la sua legittimità e la politica il consenso facendo leva sul bisogno di tutela verso l’insicurezza, l’incertezza, la paura. Non conta se le statistiche smentiscono lo scenario di insicurezza diffusa e pervasiva, con le dovute eccezioni delle grandi aree metropolitane e delle periferie degradate, perchè ormai la "percezione" soggettiva è già stata orientata in una certa direzione e guai ad andare controcorrente cercando di portare qualche dato che possa incrinare la percezione ( https://www.ilpost.it/2017/08/16/numero-percezione-reati/ ). Sulle contro-argomentazioni l’autocensura da parte della sinistra è stata l'inevitabile conseguenza della subordinazione culturale al frame degli avversari. Una volta che si accetta passivamente la centralità della sicurezza, come ha fatto il PD e in specie l'ex ministro dell'interno, si rimane imprigionati nella dimensione "sicuritaria", a base di tolleranza zero, espulsioni e ricerca di colpevoli/capri espiatori, come soluzione semplice ed immediata per problemi tremendamente complessi e intricati.

Non importa se esiste una macro criminalità organizzata mafiosa, che tiene in ostaggio 5 regioni ed affama il "popolo" del sud, 1000 volte più pericolosa e pervasiva della microcriminalità di strada, che peraltro colpisce i più deboli e indifesi! Riguardo alle mafie la percezione di insicurezza non funziona e quindi non è nemmeno un problema perchè restano tanto invisibili quanto diffuse, grazie alla loro capacità di mimetizzarsi nel contesto sociale, culturale per ottenere consenso. Tantè che sono proprio le mafie, in certi contesti, ad offrire una protezione alternativa a quella dello stato. 

Bisognava avere il coraggio di sottrarsi al frame della sicurezza, smontandolo in ogni occasione pubblica, per proporne uno alternativo, ovvero quello che fa riferimento alla "legalità" e al rispetto delle regole di convivenza civile. Non è lo stato sociale il principale garante della sicurezza e della tutela dei cittadini, tant'è che nel recente passato era la "sicurezza sociale" a proteggere i cittadini? Non è forse la criminalità mafiosa che strangola l’economia meridionale ed inquina il mercato, una fonte di malessere sociale diffuso e di insicurezza economica, a differenza di quanto accade in altre regioni? Non è l’evasione fiscale e la predazione dei beni comuni che, sottraendo risorse ai servizi pubblici e al welfare, dalla scuola alla polizia, dalla sanità alla giustizia, contribuisce a minare la sicurezza, la solidarietà e tutela sociale? Ma ormai la frittata è fatta....

P.S. Il presidente Mattarella nel discorso di fine hanno ha affermato: “La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza. Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro”.

sabato 15 dicembre 2018

Polemiche politiche, sovranismo ed elezioni europee

Gli scambi polemici tra il Ministro Salvini ed esponenti della UE hanno lasciato il segno e fatto il gioco della propaganda populista anti casta UE. I Commissari UE continuano a cadere nella trappola della risposta piccata alle esternazioni di un ministro legittimamente eletto alla guida del proprio paese, ancor più inopportuna perchè cade proprio all'inizio di una lunga campagna elettorale per le elezioni al parlamento di Strasburgo.

Ma oltre alla generale inopportunità politica di tali "falli di reazione" esistono motivazioni più profonde che sconsigliano caldamente di procedere su questa strada controproducente ed autolesionista, che riguardano la particolare natura delle elezioni politiche continentali inserite nel contesto delle dinamiche nazionali. Due sono le spinte motivazionali che orientano il voto dei cittadini, specie in questa fase di crisi e disorientamento: da un lato la ricerca di un colpevole, di un nemico/responsabile e magari di un capro espiatorio per la frustrazione e la rabbia esistenziale che percorre l'elettorato e, dall'altro, le facili promesse elettorali per uscire dalla crisi all’insegna della demagogia. 

Il mix propagandistico fatto di accuse per i privilegi delle èlitè dimissionarie e promesse di riscatto ed “aiuto” per chi è in difficoltà, dai giovani disoccupati specie del sud ai pensionati vittime della Fornero, ha funzionato perfettamente e continua a funzionare anche oltre la luna di miele, nel segno della semplificazioni populista/sovranista. L'esterofilia italica si è convertita nell'italia populista in esterofobia, per cui le "colpe" della situazione attuale vanno sempre ricercate all'estero, in qualche soggetto o istituzione che ordisce complotti e macchinazioni ai nostri danni.
La spiegazione ce la fornisce la psicologia con il concetto di “locus of control”, vale a dire la modalità con cui un individuo ritiene che gli eventi della sua vita siano prodotti da suoi comportamenti o azioni, oppure da cause esterne indipendenti dalla sua volontà. Il combinato disposto della ricerca di colpevoli/responsabili da dare in pasto al rancore ei cittadini e la promessa di aiuti per migliorare le condizioni di vita (dal reddito di cittadinanza alla flat tax) sono entrambi coerenti con la seconda interpretazione, che assolve l’individuo da ogni tipo di responsabilità propria per attribuire tutte le cause del disagio e della sofferenza a fattori esterni indipendenti dalla sua volontà, dai privilegi della casta agli immigrati, con una componente di richieste paternalistiche verso lo “stato” patrigno che ha abbandonato i suoi cittadini/figli. Insomma nessuno si azzarderebbe a riproporre il famoso slogan che esortava all'impegno civico durante il new deal americano: “non chiedere cosa il governo fa per te, ma chiediti cosa tu puoi fare per la nazione”.
Inutile dire che l’autoassoluzione degli italiani da qualsiasi responsabilità propria occulta le radici storiche della crisi italiana, che invece fanno proprio riferimento ai vizi del carattere italico, riconducibili a ben precise concause: mancanza di senso civico, sfruttamento dei beni pubblici a proprio vantaggio particulare, evasione fiscale, clientelismo, corruzione, assistenzialismo, familismo amorale, criminalità organizzata e mafiosa, falsi, furbetti e truffatori di ogni sorta ai danni della cosa pubblica etc… Nessuno naturalmente durante la campagna elettorale si azzarda a fare discorsi impopolari di questo genere, e men che meno ad indicare la necessità di invertire culturalmente la rotta per tentare di compensare la risultante di questa congerie di cause, ovvero l’enorme debito pubblico che ci opprime accumulato nel recente passato.
L’Europa invece continua a ricordarci per quanti anni ancora dovremo fare i compiti a casa per poter superare l’esame di riparazione, con tutti i vincoli di finanza pubblica che sono stati posti proprio dalla politica comunitaria per tentare di risollevare le sorti della nostra finanza pubblica disastrata. Il leit motif delle politiche comunitari riporta ossessivamente in primo piano quel locus of control interno, che invece viene di fatto ignorato dalla politica populista/sovranista nazionale, orientata all'auto-assoluzione dai vizii nazionali. La campagna elettorale per le elezioni europee sarà tutta incentrata sul contrasto tra le due opposte agende del "locus of contro", quella tutta “interna” dell’Europa, che ci rammenta costantemente le nostre responsabilità per l'enorme debito pubblico accumulato, e quella tutta “esterna” della propaganda populista nazionale, che si auto-assolve additando nelle ingerenze e nei vincoli dei burocrati europei l'origine dei malessere sociale che affligge Italia.
Questo radicale contrasto interpretativo sulle cause dell'endemica crisi italiana monopolizzerà tutta la lunga campagna elettorale con reiterate accuse reciproche perché, a differenza delle lezioni nazionali, le mirabolanti promesse elettorali a livello continentale avranno poca presa e occasione per lisciare il pelo degli elettori italiani, complici le complicate mediazioni ed alchimie tra famiglie politiche europee per la gestione della Commissione. Anche perché la carta vincente della propaganda sovranista è più semplice, in quanto consiste nella rivendicazione di maggiore autonomia delle ingerenze della politica comunitaria sulle politiche nazionali (prima gli italiani, magari fino all’uscita dall’Euro) il che significa implicitamente che c’è poca da sperare in decisioni europee favorevoli agli “interessi nazionali”. 
L’eventuale gestione della UE da parte dei populisti/sovranisti è auto contraddittoria poiché il loro obiettivo è condensato in semplice slogan (meno Europa) che presuppone la priorità dei singoli interessi nazionali “egoisti” sui vincoli comunitari, in antitesi alla dimensione sovranazionale della UE, fino all’ipotesi estrema della sua disgregazione nazionalista o della fuoriuscita dall’euro. Non a caso tra i più severi critici della politica governativa, per via delle promesse non mantenute riguardo al contenimento del deficit/debito, troviamo proprio i governi sovranisti e populisti del gruppo di Visegrad, sulla cui sponda contava la componente leghista della maggioranza.
Va da se che per il centrosinistra sarà un problema trovare argomenti critici verso la politiche comunitari e proposte concrete in positivo che si smarchino dai contenuti polemici dell’efficace propaganda dei populisti/sovranisti anti UE (basta vedere il magro risultato della lista più Europa e la sua dissoluzione poste elettorale). Anche perchè le esternazioni dei commissari Europei degli ultimi mesi non fanno altro che consolidare le basi psicologiche della propaganda sovranista, tutta centrata sulla dimensione emotiva e del bias da locus of control esterno.

lunedì 10 dicembre 2018

Il populismo ovvero gli effetti perversi della legge ferrea delle èlite

E' stato il sociologo italo-tedesco Robert Michels a formulare la legge ferrea delle oligarchie/èlite osservando le dinamiche di potere ai vertici del partito socialdemocratico tedesco all'inizio del ventesimo secolo; legge che, secondo Barbara Spinelli, caratterizza tutti i partiti politici, i quali "per come si organizzano, tendono a occuparsi della mera sopravvivenza degli apparati, e diventano piano piano gruppi chiusi, inevitabilmente corrompendosi. Il loro scopo è conservare il proprio potere, estenderlo, e respingere ogni visione del mondo che insidi tale potere. Divengono quei difensori dei vecchi ordini che Machiavelli considerava micidiali ostacoli al cambiamento. Micidiali perché ben più agguerriti dei sempre tiepidi costruttori del nuovo". (https://app.box.com/file/365485452303). 

Per il prof. Sartori "quanto più un'organizzazione diventa organizzata, di altrettanto diventa sempre meno democratica. L'organizzazione snatura la democrazia e la trasforma in un sistema oligarchico" tant'è che "la democrazia conduce all'oligarchia". La mia ipotesi è che il populismo ha sostituito la "vecchia" lotta di classe con la lotta alle oligarchie/èlite, che dai partiti politici si sono estese alla politica e alle istituzioni, auto-alimentandosi a dismisura grazie alla legge ferrea descritta da Michels e minando le basi della fiducia dei cittadini e della stessa democrazia rappresentativa. 

La legge ferrea di Michels, pur dominante sotto traccia nelle stesse organizzazioni democratiche di sinistra, è stata ammantata dagli ideali politico-sindacali che tenevano insieme le masse e garantivano la loro fedeltà ai vertici dei partiti operai, in nome del progresso, della lotta di classe e del sol dell'avvenire. Il partito assicurava, anche tramite i suoi militanti di base, la intermediazione tra i vertici autoreferenziali, da un lato, la società e le classi, dall'altro, che comunque si sentivano idealmente rappresentate, perlomeno fino a quando non è crollato il muro di Berlino.

Da quel momento, venuto meno il collante ideologico della lotta di classe, la legge ferrea è balzata con evidenza agli occhi di tutti anche perchè nel frattempo dopo gli apparati dei partiti aveva contagiato le istituzioni statali e tutta la classe dirigente, complice il clientelismo e la vorace occupazione dei posti di potere mediata dal consociativismo; l’unico che tentò di opporsi senza successo fù il Berlinguer della famosa intervista a Scalfari sulla questione morale, che può essere letta come la denuncia dei rischi del contagio istituzionale della legge ferrea, a partire dalla corrosione democratica interna ai partiti politici di sinistra. 

La legge ferrea delle èlite si è convertita in cooptazione, spartizione consociativa e condivisione del potere da parte della variegata coorte di politici, professionisti, boairdi di stato, accademici, giornalisti, intellettuali, finanzieri, dirigenti, accademici, alti funzionari, grand commis di stato e impreditori abituati a transitare da un posto di potere all'altro, da uno scranno parlamentare a quello regionale, da un consiglio di amministrazione ad un collegio di probiviri, da un comitato ad una direzione generale, da dirigente di un'impresa privata ad una pubblica, da una cattedra ad un posto ministeriale, dalla direzione di giornale a quella di un TG  etc...Insomma la "legge ferrea dell'oligarchia" ha assicura alle èlite privilegi, prestigio, potere e soprattutto sopravvivenza a lungo termine, come il pupazzo anni sessanta Ercolino sempre in piedi (chi se lo ricorda?).

I partiti di destra hanno sempre coltivato senza remore la legge ferrea in ristrette cerchie di potere e con il culto della personalità del potente/oligarca di turno, senza bisogno di abbellimenti democratici interni, tipo primarie o assemblee elettive. La stagione delle primarie PD è stato un timido tentativo di invertire una rotta imboccata da un secolo anche dai partiti di sinistra, ma alle enunciazioni di principio non sono seguiti fatti concreti in contro-tendenza.

Ormai la rivolta contro la legge ferrea delle oligarchie/èlite ha sostituito la vecchia lotta di classe e ha contagiato la società intera, anche per il venir meno della compensazione riformista dei partiti in crisi. A causa degli stravolgimenti sociali della globalizzazione e sotto la formidabile spinta della crisi economica, ha assunto i caratteri della rivolta contro l’establishment e le varie caste, sorde ad ogni cambiamento, di cui si sono fatti portavoce e volano i due populismi di destra e di sinistra, Lega e M5S; in Francia la rivolta ha scavalcato anche gli stessi populismi innescando la violenza dei gilet gialli contro Macron, esempio emblematico di arroganza tecnocratica e di intercambiabilità tra esponenti delle èlite economiche, finanziarie, accademiche, professionali e politiche inamovibili.

L'incapacità di auto-riformarsi dei partiti, mettendo per un po' a tacere la legge ferrea se non altro per istinto di sopravvivenza, è alla base del travaglio congressuale del PD, paralizzato dalle lotte intestine tra i cascami correntizi in dissoluzione entropica, che la legge ferrea non riesce più a compensare e riequilibrare con la cooptazione e la spartizione dei residui posti di potere. Se poi la legge ferrea si colora di tinte tribali nutrendosi di familismo, clientelismo, assistenzialismo, nepotismo, faziosità, trasformismo e campanilismo - vedi il caso de Luca – allora agli iscritti, dopo la stagione della lealtà e della speranza, non resta che la defezione, fino alla drammatica emorragia di tessere di questi anni. (Recente dichiarazione di Renzi su FB: «Il mio errore più grande è stato non ribaltare il partito. Non entrarci con il lanciafiamme come ci eravamo detti. In alcuni casi il PD ha funzionato, in altre zone è rimasto un partito di correnti. Ritengo che le correnti siano il male del partito»).

Ma l'obiettivo più alto della rivolta populista resta il santuario dove la legge ferrea ha espresso il suo massimo potenziale di distacco rispetto alla realtà: quelle istituzioni Europee dove la contiguità tra oligarchie politiche, burocrazie ministeriali, potentati tecnocratici, lobby affaristiche, interessi di grandi multinazionali, circoli finanziari etc.. ha raggiunto il vertice di autoreferenzialità, di cooptazione e di separazione dal “popolo”. 

Come tentare di scalfire la legge ferrea che alligna nelle istituzioni comunitarie, corrodendo gli ideali europeisti, nella prossima campagna elettorale per le elezioni continentali, senza essere travolti dall'ondata populista, di destra e di sinistra? Un bel dilemma per il PD, alle prese con la resa dei conti per non aver fatto i conti interni con gli effetti perversi della propria legge ferrea.... 

martedì 2 ottobre 2018

Dal reddito di cittadinanza alla mini pensione sociale anticipata

Questa storia del reddito di cittadinanza è proprio un rebus. Proviamo a descriverne i termini schematicamente:
La tecnologia si mangia posti di lavoro creando disoccupazione ed emarginazione e quindi prima o poi un sostegno al reddito degli esclusi, anche per alimentare la domanda interna, si dovrà in qualche modo introdurre come accade nel resto d’Europa (tesi di Travaglio, condivisibile anche se il ruolo della tecnologia è più accentuato dove l'industria è più radicata e presente e non certo dove la disoccupazione giovanile è più elevata, ovvero al sud).
Dalla quota 100 per la pensione c'è poco da sperare, perchè una buona parte dei pensionati non verrà sostituita per ridurre i costi delle imprese o verrà sostituita da un robot.
D'altra parte anche gli incentivi per investimenti ed innovazione hanno prodotto pochi posti di lavoro, sempre a causa della tecnologia e dell'automazione che espelle il lavoro umano.
In questo panorama di scarsità di lavoro il reddito di cittadinanza propone ai non occupati formazione, lavori socialmente utili (LSU) e soprattutto ben tre offerte di posti di lavoro, una delle quali da non rifiutare, pena la decadenza del reddito di cittadinanza. Formazione per quali lavori se non ce n’è richiesta o quelli richiesti sono poco appetibili o prevalentemente in nero, come le badanti?
Ma dove si potrà mai trovare questa tripla proposta ad personam se i posti di lavoro sono in progressivo assottigliamento per i motivi di cui sopra, specie nelle zone dove più della metà dei giovani ne sono alla perenne ricerca e molti di costoro sono ormai scoraggiati e cronicamente inattivi?
Guarda caso la domanda di reddito arriva proprio dalle regioni con la più alta percentuale di disoccupati e di consensi per il M5S. Per quale tipologia occupazionale verrà fatta la formazione se manca la relativa domanda? Come si potranno creare posti di lavoro in sovrabbondanza proprio nelle zone cronicamente depresse, quando non ci si è riusciti negli ultimi 40 anni con abbondanti investimenti pubblici, ed in numero tale da proporre alla massa di disoccupati locali la terna di occasioni prevista dal reddito di cittadinanza?
La formula delle tre offerte di lavoro probabilmente funziona in zone di piena occupazione o quasi, dove il mercato del lavoro è diversificato e vivace, dove le aziende sono proiettate verso i mercati esteri e dove vi è turn-over di imprese per la nascita di nuove che riempiono il vuoto di quelle che chiudono e "producono" disoccupati temporanei. Ma nelle zone depresse e con economia stagnante, magari perchè oppressa dalla morsa della criminalità organizzata, dove si troveranno tutte le proposte di lavoro previste dal reddito di cittadinanza?
E' probabile che ben pochi inoccupati riceveranno un'ampia gamma di offerte e quindi alla scadenza dei tre anni quelli che resteranno per forza di cose fuori dal mercato del lavoro continueranno a percepire il reddito già ricevuto, pena un contraccolpo micidiale sul consenso politico verso i promotori del reddito stesso. Alla fine resterà solo lo sbocco dei LSU, come è accaduto in Sicilia che di proroga in proroga sono diventati di fatto delle assunzioni mascherate nel pubblico impiego, a metà strada tra i mini job tedeschi e l'anticipo di una mini pensione “sociale”, con ulteriore appesantimento per le casse pubbliche.
La terna di proposte non rifiutabili a me sembra improbabile e un'inutile ipocrisia, specie in un panorama industrialmente depresso; tanto vale dare ad libitum e senza alcuna condizione il sussidio di inoccupazione perenne, di chiara matrice assistenzialistica, per tutti gli inoccupati e senza improbabili e irrealizzabili condizioni foglia di fico.

mercoledì 21 dicembre 2016

Domande e risposte sul Mattarellum

Il dibattito sulla riforma della riforma elettorale si è riacceso dopo la proposta renziana di neo-Mattarellum, che vede la pregiudiziale opposizione dei proporzionalisti sparsi nei vari partiti, ma annidati soprattutto in Forza Italia e tra i centristi. A fine 2016 Repubblica ha pubblicato una simulazione dell'esito del Mattarellum, sulla base dei risultati del 2013, che dimostra due cose ovvie: che solo con il 40% dei consensi un partito avrebbe la maggioranza assoluta - esattamente la soglia per il premio di maggioranza dell'Italicum - mentre un risultato elettorale analogo a quello del 2013 produrrebbe solo ingovernabilità e la necessità di una grande e innaturale alleanza tra PD e FI+centristi. Ecco comunque qualche domanda sugli effetti dell'eventuale re-introduzione del neo-Mattarellum, magari riveduto e corretto con un premio di (presunta) governabilità per il vincitore.

1-che differenza c'è tra il capolista bloccato dell'Italicum e il candidato del collegio uninominale?

Non esiste sostanziale differenza tra il capolista bloccato dell'Italicum e il candidato "bloccato" del collegio uninominale, perchè la scelta è in entrambi i casi già stata fatta e all'elettore non resta che prendere o lasciare. O meglio una differenza esiste ed è quantitativa: i capilisti bloccati dell'Italicum sono "solo" 100 mentre i "candidati bloccati" dell'uninominale sono ben 475; in pratica significa che il 75% dei seggi saranno occupati da gente decisa dalla segreteria del partito a fronte del 55% circa dell'Italicum (dato che il secondo eletto della lista proporzionale viene indicato dalle preferenze degli elettori). Insomma dalla padella dell'Italicum si finisce dritti dritti nella brace del Mattarellum e per giunta senza alcuna garanzia di governabilità. Bel risultato, non c'è che dire.

2-che possibilità di scelta ha l'elettore dell'uninominale, visto che si troverà sulla lista un solo candidato per ogni partito, alla faccia della sbandierata facoltà di scelta dell'elettore?

La possibilità di scelta dell'elettore è nulla, se è già orientato a votare per un certo partito, e più ampia se incerto tra due o più partiti. Va da sè che il candidato dell'uninominale se vorrà attirare voti incerti su di sè dovrà utilizzare tutte le armi a sua disposizione, leggi offerte clientelari, campanilistiche, nepotistiche etc.. per non parlare del ricorso al voto di scambio!

3-chi sceglierà il personaggio da piazzare in ogni collegio?

Nei 475 collegi uninominali verranno collocati in ordine di preferenza: 1- i notabili nazionali capi-corrente paracadutati dal centro (collegi sicuri), 2- gli amministratori locali abbastanza noti e apprezzati sul territorio (collegi in bilico), 3- illustri sconosciuti o personaggi di seconda fila (collegi dati per persi in partenza). Nella stragrande maggioranza dei casi la scelta sarà fatta dall'alto, ovvero dalle segreterie nazionali o regionali, ovviamente con il bilancino del manuale Cencelli per la spartizione di posti tra le varie correnti/lobby/confraternite/logge etc.. All'elettore non resterà che prendere o lasciare l'unico candidato proposto, spesso turandosi il naso e gli occhi.

4-che maggioranza nazionale può emergere dal voto visto che il 75% dei seggi nei collegi uninominali saranno spartiti, più o meno equamente, tra i tre poli?

Il punto N. 4 è il più importante ai fini del risultato elettorale. Il prof. D'Alimonte con una simulazione di tre anni fa aveva già dimostrato che, sulla base dei voti delle politiche del 2013, il Mattarellum avrebbe dato come esito l'ingovernabilità. Va da se che, nell'attuale assetto tripolare ormai stabilizzato, il risultato di un'elezione politica con il neo-Mattarellum sarebbe anche peggiore.
http://cise.luiss.it/cise/2013/11/19/voto-col-mattarellum-niente-vincitori/

5-la personalizzazione del consenso elettorale su base territoriale non è a rischio di voto di scambio clientelare, campanilistico, localistico, nepotistico per non dire di peggio?

La risposta è implicita nei precedenti punti. Conclusione: il Mattarellum è un grande azzardo!