domenica 2 ottobre 2016

Sul confronto TV tra Renzi e Zagrebelsky, a proposito di vinti e vincitori alle elezioni

Nel dibattito tra Renzi e Zagrebelsky ha tenuto banco la disputa lessicale sul fatto di "vincere" le elezioni, termine giudicato scorretto dal costituzionalista perchè non tiene conto che con il voto il popolo semplicemente affida ad un partito un mandato a governare e non decreta la sua "vittoria" sui concorrenti.  La disquisizione semantica appare abbastanza astratta e sofistica poichè da sempre in politica c'è chi vince e chi perde, tranne nel sistema proporzionale dove i contendenti, potendo contare su diversi parametri di raffronto, sono in grado di dimostrare di aver fatto comunque "bella figura" o perlomeno di non aver perso. In tutte le elezioni di tutto il mondo - specie nei sistemi uninominali, presidenziali e massimamente in quelli a doppio turno - il voto degli elettori indica il vincitore, di riflesso, chi ha perso.

Ma ci sono anche motivazioni più filosofiche che sportive per adottare questa prospettiva. Il filosofo Karl Popper dopo la serrata critica all’impostazione platonica - accusata ne “La società aperta e i suoi nemici” di proto-totalitarismo per aver indicato nei "filosofi" i legittimi titolari del governo - riformula la questione politica chiedendosi non tanto chi debba governare ma in che modo è possibile sostituire governanti inetti, corrotti, dispotici, inefficaci o solo poco adatti, evitando spargimenti di sangue, come invece è accaduto spesso nella storia e accade tutt’ora in molti paesi, teatro di scontri violenti per il ricambio politico “rivoluzionario”? La soluzione sta nel ricorso alle elezioni, che in un sistema democratico sono lo strumento più adatto per assicurare la cacciata di governi inetti o corrotti ed assicurare il rinnovamento della classe politica in modo incruento.

La questione è di costante attualità in Italia, non tanto per il rischio di guerra civile, come nel recente tragico passato novecentesco, ma per uno scenario politico fatto di cronica instabilità, incertezza, ingovernabilità, divisività e contrapposizioni paralizzanti senza sbocchi riformatori, come quelle che hanno contraddistinto l’ultimo ventennio. Non tutti i sistemi elettorali però sono in sintonia con la concezione popperiana della democrazia come strumento per disfarsi di governi inetti nel segno dell'alternanza al potere.

Per 30 anni il nostro sistema politico, a causa del sistema proporzionale, ha vissuto nella perdurante impossibilità di una fisiologica alternanza di schieramenti bipolari, coesi e duraturi per il tempo necessario ad ottenere l’approvazione o la disconferma elettorale da parte dei cittadini. Le regole del gioco democratico ipotizzate da Popper, proprio grazie al sistema elettorale, dovrebbero al contrario assicurare controllo democratico, bilanciamento e separazione di poteri, ma soprattutto concreta possibilità di alternanza al potere e fisiologico ricambio delle classi dirigenti.

Non vi è nulla di scandaloso e di sconveniente, la campagna elettorale è una partita in cui alla fine uno vince, che abbia la maggioranza relativa e a maggior ragione se supera quella assoluta, con il ballottaggio o nei collegi uninominali (Cameron ha avuto maggioranza dei seggi con il solo 35% dei voti e nessuno ha gridato allo scandalo: il collegio uninominale è il più distorsivo della reale rappresentanza, altro che l'Italicum). E' la regola del gioco democratico à la Popper e senza bisogno di scomodare la dittatura della maggioranza. Alla fine del mandato ci sarà la riconferma o la defenestrazione pacifica, se il governo ha dato una cattiva prova, come accade in Francia da 40 anni, grazie ai ballottaggi nelle elezioni presidenziali e legislative.

Tra le vaie formule il sistema a doppio turno esalta la valenza alternativa del voto, dirimente tra i due contendenti, in sintonia con il modello proposto da Popper; infatti gli elettori al secondo turno hanno in mano un carta in più, una sorta di doppio atout elettorale perchè nel momento in cui premiano un partito automaticamente penalizzano l'altro. La possibilità del ricambio politico è la regola del gioco, il sale della democrazia e l'arma a disposizione degli elettori per decretare un chiaro vincitore, a parte naturalmente i sistemi proporzionali in cui decidono i vertici dei partiti, con governi di coalizione a base di mercanteggiamenti di posti e trattative all'insegna del do ut des, com'è successo per 30 anni nella partitocrazia italiana fino al 1992.

Ma basta guardare quello che è successo in Spagna nell'ultimo anno, per avere un'idea degli esiti di un'elezione che, grazie al sistema proporzionale, non è in grado di decretare IL vincitore! Se il ballottaggio funziona in un sistema bipolare, a maggior ragione in un assetto tri- o addirittura quadripolare (come quello spagnolo o britannico) è in grado di portare a termine quel processo di selezione che fa emergere da una pluralità di concorrenti un chiaro vincitore, designato dalla doppia opzione di voto dagli elettori e non frutto delle alchimie tra vertici dei partiti politici, spesso ridotti a meri comitati elettorali e di interessi particolari.