sabato 8 ottobre 2016

Retoriche dell'intransigenza e riforma costituzionale. Piccola guida per un dibattito consapevole.

Il dibattito attorno al referendum costituzionale di dicembre si è subito infiammato per la gioia dei talebani dei due schieramenti. Per riportare il confronto ad un livello un po' meno urlato e più riflessivo può essere utile il recupero della griglia analitica proposta una trentina di anni fa dall'economista naturalizzato americano Albert O. Hirschmann; in un libretto dedicato alle "retoriche dell'intransigenza" ha descritto tre argomenti ricorrenti nel dibattito pubblico sulle riforme, soprattutto da parte degli oppositori ma indirettamente anche dagli entusiasti: perversità, futilità, messa a repentaglio. Eccoli schematicamente:

Perversità. Per i critici le riforme lungi dal conseguire gli effetti positivi prospettati finiranno per peggiorare la situazione esistente, per via degli inevitabili effetti perversi e controproducenti che si annidano in ogni proposito riformatore, tanto da renderlo sicuramente dannoso.

Futilità. Nessuna riforma è davvero in grado di indurre veri cambiamenti. Le riforme risultano spesso inefficaci, dispendiose e perciò alla fine le cose sono destinate a rimanre più o meno invariate; in compenso faranno perdere tempo prezioso e disperderanno energie che si potevano utilizzare per altri scopi.

Messa a repentaglio. Per i detrattori l’attuazione di ogni riforma, oltre a produrre effetti perversi, è gravida di risvolti negativi, rischia di far fare passi indietro rispetto allo stato attuale; nel tentativo di attuarle è probabile che molto di buono verrà perso e la situazione potrebbe peggiorare assai, tanto da mettere a repentaglio principi, ideali e beni di grande valore.

Sulle "retoriche dell'intransigenza" fanno leva, come rileva per par condicio Hirschmann, entrambi gli schieramenti, pro e contro le riforme, che spesso fanno ricorso strumentale e speculare anche alla drammatizzazione e alla paura del dopo, ovvero che la riforma Costituzionale comporti rischi di derive autoritarie e anti-democratiche, da un lato, e che la vittoria del NO apra la strada, dall'altro, ad un periodo di incertezza e di instabilità per il sistema oltre ad un rinvio sine die delle riforme necessarie al paese.

A corollario delle tre categorie critici ed oppositori più strenui, specie se animati da partito preso ed avversione a priori, utilizzano altre argomentazioni di carattere psicologico, indirettamente collegate ai precedenti e tra loro correlate.

Perchè no....si ma, ovvero il benaltrismo. Sebbene qualcuno concordi con la necessità di introdurre alcune modifiche alla situazione attuale, come quelle previste dalla riforma Costituzionale, la critica radicale si appunta sul carattere parziale e insufficiente del progetto riformatore, che dovrebbe affrontare altri problemi più impellenti. Insomma bisognava affrontare ben altre questioni e nodi problematici con ben altra incisività.

Le ipersoluzioni. Il tenore delle modifiche apportate, all'insegna dei piccoli passi e delle riforme "a spizzico" à la Popper, è largamente insoddisfacente, limitato e inadatto alla gravità dei problemi, tant'è che rende pressochè inutile la riforma stessa. Si dovrebbe porre mano a cambiamenti più ampi, radicali, coraggiosi e profondi per incidere realmente sullo stato di cose presente.

Il tutto o nulla. Sebbene la riforma sia composta di svariati punti, indipendenti e non necessariamente connessi, il giudizio è irrevocabilmente negativo (o positivo) e drastico su tutto il fronte, anche se alcuni cambiamenti appaiono abbastanza neutri e tutto sommato ragionevoli e condivisibili, da parte di un oppositore che magari in passato li aveva già prospettati.

Quest'ultimo punto è dirimente per discriminare l'oppositore (o il sostenitore) a priori e per partito preso da quello, diciamo così, riluttante e "razionale".  La riforma, come per ogni intervento legislativo complesso, essendo il risultato di compromessi e laboriose trattative, risente di alcuni limiti ed è connotata da aspetti positivi e negativi, vantaggi e svantaggi, potenziali benefici e rischi. Sia gli uni che gli altri sono solo parzialmente prevedibili, poichè sarà l'applicazione pratica che farà emergere conseguenze non previste ed effetti collaterali, spesso non messi nel conto, negativi ma anche positivi.

Il giudizio di approvazione/disapprovazione scaturisce dal bilancio e dall'equilibrio tra vantaggi e svantaggi e dal loro peso relativo, che fa pendere la bilancia verso il Si o il NO. Sia il detrattore pasdaran che il supporter taleban non ammetteranno mai che esistono nella riforma zone grigie, ovvero che alcune parti sono condivisibili o al contrario criticabili. Per loro vale il prendere o lasciare, il bianco o nero, il giudizio entusiastico oppure la demolizione senza appello. Nella vita come in politica spesso il meglio è nemico del bene.

Il caso della riforma del titolo V° è emblematico delle insidie dei toni di grigio, detestati da chi vede solo una realtà in bianco-o-nero. La riforma federalista approvata con i voti risicati del centrosinistra era stata criticata a suo tempo anche da esponenti dello stesso schieramento, come più volte ricordato da D'Alema, per i rischi di conflitto di attribuzione delle materie concorrenti tra stato e regione. I rischi paventati si sono effettivamente verificati, in misura così rilevante da consigliare una decisa retromarcia in senso statalista, come quella inserita nella "riforma della riforma" del titolo V. Eppure chi allora criticava la frettolosa svolta federalista oggi si guarda bene dall'approvare la simmetrica riconversione centralista, che è curiosamente in sintonia con le critiche espresse a suo tempo.

Infine alcune annotazioni sul clima relazionale del dibattito. Il confronto, spesso più personale che ideologico, tra fan delle contrapposte tifoserie, si è trasformato in escalation relazionale ed in un conflitto di punteggiatura della sequenza comunicativa/interattiva, quasi da manuale della pragmatica comunicativa; prendendo spunto da accuse e toni sopra le righe ognuno imputa all'altro scorrettezza ed aggressività, che di conseguenza motivano e giustificano la propria reazione, parimenti insultante ed aggressiva, nella cornice della "serie oscillante infinita" e nel segno dell'escalation simmetrica, abbastanza prevedibile.

Il basso livello del confronto è condito dall'impossibilità di meta-comunicare e di porsi per un momento al di sopra del conflitto, che si trasforma in un vero e proprio sistema a due che abbraccia e avviluppa i contendenti nel reciproco bisogno di trovare un'essenza "brutta, sporca e cattiva" nell'altra tifoseria, legittimando quindi la forza delle reazioni di pancia che si alimenta di accuse e contro-accuse. Il gioco relazionale della reciproca squalifica segnala un deficit di spirito laico e tollerante, nel segno dalla personalizzazione esasperata, dell'antipatia epidermica e dal partito preso a prescindere.