martedì 21 gennaio 2014

Accordo Renzi-Cavaliere, più luci che ombre. Il doppio turno evita il neo-porcellum!

Il colpo di scena è arrivato all’ora di pranzo, rilanciato dai siti internet dei quotidiani. Non è dato sapere se la clausola di salvataggio del doppio turno, nel caso in cui nessun contendente superi al primo la “ragionevole” soglia del 35% dei voti, sia stata decisa alla vigilia della direzione del PD o se era già compresa nella bozza di accordo definita da Renzi e Berlusconi nell’ormai storico incontro al Nazareno. 

Ad ogni buon conto il coup de theatre è stato efficace ed ha spiazzato la minoranza interna del PD, rassegnatasi ad una scialba astensione nel voto finale in direzione nazionale del partito. Di fatto, seppur con qualche timido mugugno minoritario, il PD approva la linea del segretario. Non mancano alcune distonie rispetto alla sentenza della Consulta sul Porcellum, in primis una soglia troppo bassa e un premio troppo generoso. Tuttavia la riforma renziana supera la sua prima prova politica e rafforza la leadership del sindaco di Firenze, a cui è riuscita l’impresa che mai nessuno, negli ultimi 20 anni, aveva tentato di avviare e men che meno portare a termine in poche settimane, a partire dal fallimento della bicamerale. Chapeau!

La posta in gioco fin dall’inizio delle trattative era duplice, come i fendenti menati dalla Consulta al povero suino: l’abnorme premio di maggioranza, per giunta privo di una “ragionevole” soglia minima, e le liste bloccate che avevano sequestrato ai cittadini la facoltà di designare gli eletti. Per molti questi due opzioni erano parimenti rilevanti anche se non può sfuggire, ad un esame più approfondito, l’incommensurabilità tra i due nodi problematici. Le liste bloccate sono uno mezzo per definire a priori la composizione della scuderia e tenere ben salde le redini dei gruppi parlamentari, composti da docili nominati. Le preferenze sono certamente un’espressione di libertà di scelta degli elettori, ma con una serie imbarazzante di effetti perversi, documentati dalla storia della Repubblica degli ultimi 30 anni, dal campanilismo clientelare alla compravendita e scambio di voti, con la mediazione della criminalità organizzata.

Niente a che vedere, in quanto a rilevanza pratica e respiro riformista, con la seconda scheda/opzione elettorale consegnata nelle mani dei cittadini. Il ballottaggio è  lo strumento cardine per designare in modo inequivocabile il vincitore e lo sconfitto, sottraendo alle segreterie di partito il potere di trattativa, veto, scambio, interdizione ed inciucio, che ha inibito per decenni ogni coesione governativa e i gli sforzi per un autentico riformismo. Per di più i numeri dell'offerta elettorale tri-polare, dopo le elezioni del 2013, non lasciano più spazio a meccanismi elettorali inconcludenti, forieri di esiti incerti e di inevitabili governi di larghe intese ad libitum, come nel caso del proporzionale rinato dalle spoglie del Porcellum, amputato dalla Consulta. La designazione dello schieramento politico idoneo a reggere le sorti della Repubblica non può che passare per un processo selettivo ed adattativo fondato sulla doppia scelta degli elettori, incomparabilmente più rilevante rispetto alla singola designazione ad personam della preferenza. E’ il doppio turno a fare la differenza finale tra una legge buona ed una gattopardesca, da qualsiasi modello si parta.

Con il doppio turno viene mano la necessità di alleanze elettorali eterogenee e condizionate dai piccoli partiti, esclusi di fatto dallo sbarramento del 5%, tali da consentire ad una coalizione di raggiungere la soglia minima, superare gli avversari ed incassare il pingue premio di maggioranza. Tuttavia una soglia ancor più elevata avrebbe tolto ai partiti di medie dimensioni l’incentivo ad offrire i propri voti al miglior offerente, visto che a fare la differenza rispetto alla coalizione antagonista sarebbero stati i consensi degli elettori al ballottaggio.  

Di certo il Cavaliere era maldisposto a rinunciare ai suoi obiettivi ed in effetti la tattica negoziale delle ultime settimane mirava ad evitare concessioni su entrambi i fronti, incassando sia le liste bloccate che il singolo turno di voto. Ma se proprio si doveva cedere e concedere qualche cosa al do ut des di ogni trattativa che si rispetti, certamente avrebbe tenuto duro sul turno unico e fatto concessioni sulle preferenze. Invece Renzi è riuscito a fargli digerire il rospo del ballottaggio, seppure come clausola di salvaguardia nel caso in cui il vincitore del primo turno non superi la soglia del 35%. Una metamorfosi che cambia i connotati e l’impianto del modello spagnolo, tanto caro al Cavaliere, fino a poche ore dalla svolta dato per acquisito, con il rischio di inevitabili ripercussioni critiche all’interno del PD e nella pubblica opinione.

Invece alla minoranza cuperliana non è rimasta che la protesta di facciata per la conferma delle liste bloccate e la rinuncia alla reintroduzione delle preferenze, come se non fosse la parte meno rilevante della trattativa a fronte della governabilità e dell’esito bipolare garantito dal ballottaggio. D’altra parte già le polemiche pretestuose sul summit “scandaloso” del Nazereno, tra il giovane segretario e l’anziano pregiudicato, facevano presagire l’attaccamento a vecchi schemi valutativi, intrisi di posizioni “ontologiche” e pertanto incapaci di percepire lo scarto pragmatico tra le due opzioni in gioco.

Oltre alla minoranza PD, altri due attori escono malconci da questa partita, che solo i gli eventi parlamentari futuri potranno connotare come storica. In primis il premier Letta, la cui irrilevanza pratica sul fronte delle riforme istituzionali è pari solo alle incertezze e alle figuracce inanellate negli ultimi mesi. Anche Grillo esce con le ossa rotte dalla breve stagione delle trattative sulle riforme, da sempre auto-relegatosi in un aventino a prescindere, fatto di irrilevanza e di scontrosità adolescenziale per incapacità a relazionarsi con chicchessia, anche con chi poteva concretizzare una svolta annunciata e mai nemmeno tentata. Ma ormai è tardi e forse è iniziato il declino per esaurimento degli astri della politica italiana.


Alla fine, una volta tanto, ha prevalso la ragionevolezza dei numeri e del bene comune sulle pulsioni di parte e sugli interessi particolari. Un buona giornata per la Repubblica!