venerdì 10 gennaio 2014

Il Mattarellum in pole position....ma attenzione a fare i conti senza l'oste!

Tra i due litiganti il Mattarellum gode. Pare proprio questo lo sbocco del confronto politico e delle trattative a distanza seguite alla presentazione dai tre modelli renziani di riforma della legge elettorale, bocciata dalla Consulta all’inizio di dicembre. Se ne sarebbe convinto anche il Cavaliere, dopo un’iniziale preferenza per il modello spagnolo dei piccoli collegi, poi caduto in disgrazia per l’ostilità di altri partiti, in primis i cugini alfaniani di NCD. Tuttavia l’ipotesi di convergenza sul Mattarellum rafforzato deve ancora fare i conti con l’oste, ovverosia con le motivazioni della sentenza di dicembre che hanno cancellato le liste bloccate e l’abnorme premio di maggioranza, di cui ha immeritatamente goduto il centrosinistra alle ultime elezioni grazie ad una manciata di voti di vantaggio.

E’ difficile immaginare che l’alta corte si limiti a cassare il premio di maggioranza incondizionato, che in teoria potrebbe decretare la vittoria elettorale di un partito inferiore al 25%, senza dare indicazioni pratiche sul modo migliore per ovviare a tale palese stortura disproporzionale e antidemocratica. Due sono le possibili contromisure per ripristinare la correttezza democratica del sistema elettorale: l’indicazione di una soglia minima di consensi per attribuire il surplus di eletti e/o un limite massimo di seggi dati in premio al primo classificato.

A queste due condizioni risponde positivamente solo la terza proposta renziana del sindaco d’Italia, peraltro già depositata come disegno di legge da parte di due esponenti del PD, e parzialmente le altre due che si limitano ad indicare la consistenza massima del premio, il 15% circa dei seggi in palio, senza però stabilire quale percentuale di consensi elettorali sia necessaria per poter incassare tale “vincita”. Manca quindi una delle due condizione che, a ben vedere, è semplicemente l’altra faccia della medaglia, perché i due paletti sono entrambi indispensabili, sia dal punto di vista democratico che da quello puramente matematico. Vediamo per quale motivo.

Per potersi assicurare una maggioranza stabile e coesa li partito/coalizione vincente deve raggiungere come minimo il 36% dei seggi che, sommati al 15% dati in premio, assicureranno il controllo dell’assemblea parlamentare. Al di sotto di questa soglia il surplus di eletti sarà ininfluente ai fini della governabilità e si porrà di nuovo il problema dell’allargamento della maggioranza ad altri partiti, sul modello delle larghe intese. Non si tratta di un’ipotesi improbabile, visto che ormai il sistema è stabilmente composto da tre partiti/coalizioni che si spartiscono il mercato elettorale in quote quasi uguali, ovvero con consensi elettorali dal 25 al 30% dei voti espressi. Anzi proprio il tri-polarismo è la causa dell’attuale impasse parlamentare e il problema/rebus che una buona legge elettorale dovrebbe risolvere.

La soluzione, logico-razionale e politica al contempo, è tanto semplice quanto accuratamente rimossa dai primi due modelli della triade di proposte renziane. Va da se che se nessuno supera la soglia minima si dovrà ricorre ad una seconda votazione, ovvero al ballottaggio per l’attribuzione del premio di maggioranza tra le prime due forze politiche maggiormente votate al primo turno. Tuttavia nemmeno il ballottaggio può funzionare senza un’ulteriore clausola matematica, nel caso in cui entrambi i contendenti restino lontani dal 36%. Il premio del II turno dovrà, per forza di cose, essere “elastico” ovvero superiore a quel 15% fino ad ora individuato se si vuole garantire la governabilità, pena il rischio di risultare ancora inefficace.

Razionalità e logica non sempre riescono a far breccia nelle posizioni e nelle decisioni dei partiti politici; per ora hanno prevalso, sull’interesse generale e sulla logica, le pulsioni di potere e le convenienze elettorali di parte. Attendiamo fiduciosi che, ancora una volta, la magistratura sappia porre rimedio a questa discrasia, che paralizza la vita pubblica e blocca l’evoluzione del sistema politico verso una fisiologica alternanza di governo, anche in un assetto multi-polare.