lunedì 8 giugno 2015

Lo strano caso delle elezioni regionali in Liguria....



Il dibattito sui risultati delle regionali è stato monopolizzato dalla perdita di 2 milioni e passa di voti del PD rispetto alle Europee, che ha tenuto banco nei commenti dei primi giorni [1]; questo dato è stato però ridimensionato mano a mano che sono entrati nel computo dei consensi persi due variabili del contesto elettorale trascurate da molti commentatori, in modo un po’ superficiale.

1-Prima di tutto l’astensione, che ha colpito in modo abbastanza trasversale tutti i partiti e che riduce di molto il numero di voti persi, specie dal PD, nel computo a livello nazionale, ma anche nelle varie regioni (l’istituto Cattaneo calcola che in Liguria la perdita dei consensi, rispetto alle Europee del 2014, si riduca dal 47% al 12%) [2,3].

2-Sia a livello locale che nazionale hanno avuto un consistente impatto le liste coalizzate, specie quelle del candidato presidente presenti un po’ in tutte le regioni, che evidentemente possono essere ricomprese tra i voti da attribuire al partito del candidato premier (nel caso del PD) o dello schieramento complessivo di centrodestra o centrosinistra. Il PD si manterrebbe quindi a debita distanza dalle percentuali della Ditta bersaniana del 2013: il prof. Vassallo calcola che il PD sia passato dal 40.8% delle Europee al 37% circa nelle 7 regioni, per una riduzione del 10% circa dei suoi consensi, che confermerebbe il dato dell’istituto Cattaneo. [4]

3-Per il combinato disposto delle due precedenti variabili si ridimensiona assai la “batosta” subita dal PD e così pure il successo del M5S, mentre a destra brilla ancor di più l’exploit della Lega, l’unico partito che guadagna in percentuale (con incrementi superiori anche al 100% come in Toscana) e in voti assoluti su tutte le precedenti elezioni, in gran parte a prezzo del tracollo di FI.[5]

4-Questa conclusione farà certamente piacere ai sostenitori del premier, che tuttavia pagano dazio a livello del risultato Ligure, interpretato in modo meccanico come effetto del “tradimento” della "sinistra masochista" del civatiano Pastorino. In realtà, in base all’analisi dei flussi, la lista Pastorino avrebbe attirato dalla riserva elettorale del PD solo una metà dei consensi rastrellati in Liguria, mentre l’altra metà del 9.4% incassato sarebbe riconducibile allo zoccolo duro della sinistra radicale, come quella confluita alle europee del 2014 nella lista Tsipras. In sostanza quindi anche senza la lista Pastorino la Paita avrebbe avuto poche possibilità di annullare la differenza di consensi che l’hanno separata da Toti, con buona pace del giglio magico ligure, da un lato, e delle ambizioni della lista Pastorino, dall’altro [6,7].

5-Qualche altra considerazioni sul voto Ligure. Sul flop del gruppo dirigente del PD Ligure hanno pesato in ordine di importanza:
  • i 10 anni del sistema di potere Burlando, incapace di risolvere il problema prioritario della regione, ovvero le inondazioni dovute all’annoso dissesto idrogeologico: non a caso il PD incassa a Genova il peggiore risultato di tutta la regione e un surplus di defezione astensionistica di protesta su scala regionale, in un’area storicamente oscillante tra destra e sinistra;
  • la non esaltante vicenda delle primarie, che hanno gettato un'ombra sulla candidata vincente e che dovevano essere gestite in modo più accorto e condiviso se non annullate in un sussulto di etica pubblica.
Giustamente Paolo Mieli in TV ha fatto notare a Cofferati che con l’intento di contrastare il presunto patto del Nazareno al pesto - ovvero la paventata combine tra esponenti di centrodestra e PD in appoggio alla Paita - l’ex sindacalista ha finito per danneggiare solo la candidata burlandiana, pur senza essere determinante in negativo per la vittoria di Toti, grazie al sostegno dato alla lista Pastorino dopo l’uscita dal partito a seguito delle primarie. D’altra parte l’ipotesi di un super Nazareno all’ombra della Lanterna, tra buraldiani e scajoliani per spartirsi il governo regionale, se mai fosse stata architettata è stata smentita dai fatti, visto che non vi è stato il paventato soccorso elettorale di centrodestra alla Paita, ma bensì il pieno di voti per Toti governatore. Così i civatiani pur non essendo stati “quantitativamente” determinati per la vittoria del centrodestra, come vorrebbe far credere la narrazione renziana del “tradimento”, hanno incassato comunque l’effetto “qualitativo” di indebolire la candidata del PD, per un’ “eterogenesi dei fini” forse attesa.

E se invece il soccorso "nero" delle primarie alla Paita fosse stata una trappola ben congegnata per estremizzare lo scontro nel PD, fino alla rottura intestina e alla presentazione di una lista di ispirazione radicale, per indebolire il PD a tutto vantaggio del candidato di centrodestra? 

La strategia elettorale appropriata, per arginare le defezioni degli elettori PD scontenti e tentare la riconferma del centrosinistra, era esattamente opposta a quella attuata dal gruppo dirigente Ligure, ovvero:
  • rompere con la precedente gestione, candidando un personaggio della società civile, tipo un Doria o un Pisapia, invece che un esponente organico come la Paita, in piena continuità con l'amministrazione precedente e il gruppo di potere egemone;
  • su questo nome compattare tutte le anime/tribù del partito e magari andare oltre il PD per recuperare la fiducia dell’elettorato tradizionalmente vicino al centrosinistra che invece, al dunque, ha disertato la cabina elettorale per protesta.
Per attuare questa strategia era però necessario un passo indietro del vecchio gruppo dirigente e l’avio di una pacificazione tra le varie anime del PD. Operazione evidentemente troppo rischiosa per uomini ininterrottamente al potere da decenni, che pensavano di recuperare un’immagine di rinnovamento proponendo la giovane candidata, in barba alla rottamazione. In fin dei conti bastava ispirarsi all'operazione Veneziana, intelligentemente messa in campo per le sue buone probabilità di successo.

6-Il buffo è che proprio nel mentre si consumava la faida ligure, nell’altra repubblica marinara chiamata al voto al civatiano Casson capitava di vincere le primarie e di incassare quasi il 40% al primo turno delle comunali lagunari, proprio grazie all'appoggio dello sconfitto renziano alle primarie e al contenimento unitario dei danni della scandalo Mose. Perché dunque a Venezia i due contendenti vanno d'amore e d'accordo e lo sconfitto sostiene il candidato ufficiale (come peraltro aveva fatto lealmente il Renzi perdente alle primarie vinte da Bersani) mentre a Genova il Cofferati sconfitto se ne va dal PD, portandosi via la palla? Nelle due repubbliche marinare sono andate in scena due varianti dello stesso copione, ma con parti in commedia invertite, regie ed esiti opposti: le baruffe sotto la lanterna hanno incassato un clamoroso fiasco per platee mezze vuote, mentre il copione veneziano ha avuto un buon successo di pubblico alla prima e, forse, ne avrà uno ancor maggiore alla replica di domenica 14 giugno.

CONCLUSIONI. Insomma, per produrre un disastro politico come quello ligure, all’insegna del tanto peggio tanto meglio invece che del meno peggio, bisognava che entrambi i protagonisti si mettessero di buzzo buono e con grande impegno, l’un contro l’altro armati di tutto punto. Pare proprio che vi siano sono riusciti, e alla grande! Come definire, se non follia a due con spunti paranoidi, la faida ligure tra tribù renziane e anti-renziane, in cui ognuno dei due contendenti ha un disperato bisogno dell'altro per realizzare l'ennesima debacle autodistruttiva della sinistra nel suo complesso?

1.       http://www.cattaneo.org/images/comunicati_stampa/Analisi_Istituto_Cattaneo_-_Regionali_2015_-_Chi_ha_vinto_chi_ha_perso_e_dove_1_giugno_2015.pdf